Beltè, Tomarchio e Sibeg: quando il controllo torna italiano (e passa dalla Sicilia)

di Redazione

Non è solo un’acquisizione di brand. Il ritorno di Beltè sotto controllo italiano segna un passaggio più profondo nella geografia industriale del beverage: un marchio storico del tè freddo rientra nel perimetro nazionale e lo fa entrando nell’orbita di un gruppo che tiene insieme identità territoriale, capacità industriale e relazioni multinazionali.

A rilevare Beltè è Sibat Tomarchio, storica azienda siciliana della famiglia Busi, alla quale fa capo anche Sibeg, imbottigliatore esclusivo Coca-Cola per la Sicilia. È questo il dato che conta: l’operazione non vive isolata, ma si colloca all’interno di una filiera di controllo già strutturata, che unisce marchi locali e grandi piattaforme globali.

Un brand che cambia orbita, non identità

Beltè nasce a San Giorgio in Bosco (Veneto), negli stabilimenti Sanpellegrino, costruendo nel tempo una forte riconoscibilità nel segmento del tè freddo imbottigliato. Dopo il passaggio al gruppo olandese Refresco, il marchio rientra ora in mani italiane, mantenendo il suo posizionamento: naturalità, leggerezza, semplicità di gamma.

I numeri spiegano perché l’operazione sia tutt’altro che nostalgica: oltre 6,5 milioni di litri venduti nel 2025, circa 26 milioni di bevute, una penetrazione solida nel Nord Italia e aperture sui mercati esteri. Beltè non viene “salvata”, viene agganciata a una struttura più ampia.

Il ruolo della famiglia Busi

Il governo dell’operazione è chiaro e dichiarato. A guidare Sibat Tomarchio è Maria Cristina Busi Ferruzzi, presidente dell’azienda, che parla apertamente di visione industriale e responsabilità territoriale.

La famiglia Busi rappresenta il punto di continuità tra mondi diversi:
– la storicità di Tomarchio,
– la macchina industriale di Sibeg–Coca-Cola,
– ora un brand nazionale come Beltè.

Non è un’operazione finanziaria, ma un’estensione di controllo industriale, fondata su competenze, reti commerciali e capacità produttive già consolidate.

Sicilia come base, non come confine

La narrazione del “ritorno al territorio” va letta con attenzione. Qui la Sicilia non è un recinto identitario, ma una piattaforma operativa. Tomarchio nel 2025 ha superato 16 milioni di euro di fatturato, con un indotto di circa 14 milioni e una struttura che coinvolge 70 persone tra dipendenti e rete commerciale.

Inserire Beltè in questo sistema significa:
• ampliare l’offerta,
• rafforzare la presenza nella grande distribuzione,
• accelerare la crescita fuori dall’Isola.

In altre parole: radici forti per muoversi lontano, non il contrario.

Un gruppo, più marchi, una direzione

Tomarchio, Beltè e Sibeg non diventano un unico marchio, ma parlano sempre più la stessa lingua industriale. Da un lato il presidio territoriale e identitario; dall’altro la capacità di stare dentro le logiche di un mercato globale, quello in cui Coca-Cola resta il riferimento strutturale.

Il dato politico-economico è questo: il controllo resta italiano, il baricentro decisionale è in Sicilia, ma lo sguardo è nazionale e internazionale. In un settore dove spesso i marchi si svuotano o vengono delocalizzati, questa operazione va nella direzione opposta.

Non è un’epica. È una strategia.

E, per una volta, il Sud non è l’oggetto del racconto, ma il soggetto che decide.