Il 2026 eviterà il ripetersi delle efferatezze dell’anno trascorso?
Il 2026 si apre mentre il mondo continua a contare morti, macerie e guerre che sembrano non voler finire.
Se il Capodanno fosse il compleanno di tutti, come suggerito da Charles Lamb, poeta e drammaturgo britannico, vissuto a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, nel senso di palingenesi collettiva, intesa in direzione del rinnovamento, della trasformazione dell’individuo nel contesto sociale, il neonato 2026 porterebbe pace, serenità, benessere e sviluppo. E, invece, no. … in definitiva, l’anno sarà come gli uomini lo faranno, rammenta Gianni Rodari nella poesia L’anno nuovo, lui sì, giornalista e scrittore di innata fantasia, raccontatore inimitabile di favole per bimbi, da raccomandare alla lettura degli adulti. E, dunque, nella congiuntura dell’ingresso del 2026, mentre i missili attraversano il cielo dell’Ucraina e le macerie di Gaza gridano orrore per decine di migliaia di bambini, donne e uomini, oltre 70 mila, uccisi sotto il fuoco di fila dei mitra israeliani, l’immenso Johann Wolfgang von Goethe ci invita con il canto di Capodanno, L’Anno nuovo, ad abbandonare tra le scorie del tempo andato le difficoltà, per trasformare il presente in opportunità.
L’anno nuovo non nasce innocente
Ad andare, invece, con la memoria al 1991, la canzone dei Queen, The Show Must Go On (Lo spettacolo continua), indurrebbe la convinzione di essere costretti ad assistere al déjà vu degli insipienti, ripetuti crimini dei potenti contro l’umanità. Con i suoi 250 mila giovani uccisi, chiunque non fosse un dittatore, sotto il cui tallone da troppo tempo la Russia giace, sarebbe stato sbattuto in carcere nel suo stesso paese, senza attendere il mandato d’arresto internazionale.
Si parla appunto dello zar russo, Putin, il quale, risoluto a conquistare quanto di recuperabile dello scomparso impero sovietico, essendosi consacrato alla funzione di restauratore della storia passata, carnefice senza scrupoli, cavalca da quasi quattro anni una guerra per passare alla storia. Miseria dell’uomo o stoltezza dei cittadini russi incapaci di mettere un argine ai deliri di potenza di un dittatore sanguinario? È come se la pubblica opinione, un tempo sovietica, abbia dimenticato i crimini di Stalin, lasciando all’attuale autocrate la facoltà di stabilire dove e quando i nemici della Russia abbiano congiurato contro di essa.
Guerre che si ripetono, poteri che si consolidano
Di diverso segno, la parabola degli israeliani, i quali dopo avere agito sottotraccia dal secolo scorso fino a oggi, prima per la legittima creazione di Israele, realizzata nel 1948, successivamente per approntare la difesa della stessa sopravvivenza dello Stato, hanno finito per credere di doversi legittimare come i padroni del Medio Oriente, avendo l’incondizionato appoggio degli ebrei-americani, le lobby dei plutocrati padroni del destino degli United States.
A quale prezzo, viene da domandarsi, i potenti del mondo, non soltanto gli autocrati, quanto i più spregiudicati turbocapitalisti, si lanciano nell’impresa di mettere a ferro e fuoco intere regioni del globo, nella convinta ipotesi di portare il conflitto in Europa?
Il prezzo del potere nel Medio Oriente
Naturalmente, dietro le guerre, non solamente quelle appena accennate, stanno gli affari miliardari dei potenziali vincitori, ma non esclusivamente, giacché anche i designati perdenti si muovono per intascare tangenti, a dare retta ai magistrati ucraini, i quali hanno indagato Andriy Yermak, consigliere del presidente Zelensky.
Guerre e affari: il lato oscuro dei conflitti
Ma a riflettere sulle parole del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, quando lascia intendere come sia di ostacolo ai disegni di restaurazione delle egemonie planetarie la cultura umanista dell’Europa, non a caso presa di mira nella morsa da Russia, America e, sul piano più strettamente economico, dalla Cina, se ne deduce l’esigenza dei cittadini europei, cresciuti in democrazia, a difenderne i tratti di pensiero e di azione.
L’Europa e la difesa dell’umanesimo
Con la Sicilia, nell’arco della sua storia modello di civiltà, a considerare la tolleranza, l’accoglienza, la solidarietà, l’integrazione di altre etnie nel proprio tessuto civile, espressa nell’alveo delle tradizioni, in uno con la capacità di resistere agli invasori, essa sì che può ergersi a modello di civiltà nella competizione dei simboli introdotti dalla globalizzazione, grazie alle sue impareggiabili bellezze naturali, alla cultura, alla storia millennaria, alla somma dei saperi, alle tendenze artistiche in grado di contribuire all’umanesimo di ritorno nella barbarie attuale.
La Sicilia come metafora civile
Che sia un 2026 propizio.
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