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Dopo il genero, arrestato il figlio! La “sfortuna” si accanisce sulla “ZÀ ROSA”. Grande elettrice di Bianco

“La banca di Andrea Nizza, che gli affidava il denaro liquido, provento illecito”: il sostituto procuratore della Repubblica Lina Trovato definisce così Salvatore Fonte, 48 anni, arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia Carthago – sugli ultimi “giovani leoni” della droga – dai carabinieri di Catania.

“Salvatore Fonte che opera nel settore della ristorazione, figlio della titolare della nota attività ‘Nà ‘zà Rosa” spiega ai giornalisti il Procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro.

A ‘zà Rosa” è una figura molto nota del mondo delle paninerie e in generale della ristorazione catanese: si tratta di Rosa Spampinato, capello biondo e senso degli affari, fra panini e piatti tipici catanesi.

Un grosso guaio quello per il figlio: invece, due anni fa, nell’aprile del 2014, ad essere arrestato era stato il genero, Carmelo Panebianco, nell’ambito dell’operazione Scarface, che aveva visto coinvolti, in un troncone, anche alcuni finanzieri. Il procedimento è finito a dibattimento (Panebianco è imputato di associazione mafiosa) e nel prossimo autunno dovrebbe arrivare la sentenza davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Catania.

Di questa vicenda aveva fatto menzione il giornalista Ignazio De Luca sulla testata “ienesicule” in occasione della clamorosa protesta di un folto gruppo di commercianti di Catania per il “lungomare liberato”.

Era il 12 ottobre del 2014. Si era verificato l’episodio dell’aggressione di un “biker”. Intervistata la signora Spampinato “Azzarosa piBianco: Za Rosa vota 100 volte Bianco” che aveva elogiato il sindaco Enzo Bianco.

“Si meritava il voto – diceva la celebre “Zà Rosa”- e altre 100 volte lo avrebbe scelto. L’articolo di Ienesicule riportava passi dell’ordinanza Scarface, come questo:

“…le indagini evidenziavano innanzitutto che l’indagato frequentava assiduamente soggetti del clan dei carcagnusi, queli Cerbo William, Cerbo Francesco Ivano, Panebianco Carmelo; che i rapporti erano talmente ‘amicali’ che la c.d. zia Rosa (Spampinato Rosa, suocera di Panebianco Carmelo, che gestiva una panineria in Viale Africa), nel corso di un controllo della Finanza, mostrando ai militari il biglietto da visita di Caccamo, riferiva che per lei era ‘un fratello’…;

Il sindaco Bianco querelò De Luca e il direttore di testata Marco Benanti. Bianco aveva sporto querela,  sentendosi diffamato dal servizio di ienesicule e chiedendo altresì il sequestro e/o l’oscuramento del video e dell’articolo dal sito ienesicule e da ogni altro sito. Proprio così: l’oscuramento del video e dell’articolo!

Ma il giudice del Tribunale di Catania Marina Rizza, nel dicembre del 2015, decise per l’archiviazione. Il prof. Giovanni Grasso si era opposto alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica con il Pm Fabio Regolo.

“…Ricorre, pertanto – scrive allora il giudice nell’ordinanza che dispose l’archiviazione – nella vicenda in esame, la causa di giustificazione prevista dall’art. 51 c.p., avendo gli imputati esercitato il diritto di cronaca proprio dell’attività professionale da entrambi svolta, sicchè non resta che disporre l’archiviazione del presente procedimento per infondatezza della notizia di reato, essendo in tale prospettiva superflue le investigazioni suppletive indcati nell’atto di opposizione…”

Non solo, in relazione all’intervista alla “Zà Rosa”, il giudice Marina Rizza scrive altresì nell’ordinanza di archiviazione: “…Né può sostenersi che il fatto appena descritto sia privo di profili di pubblico interesse, presentando all’opposto rilievo per la collettività  dei cittadini l’informazione concernente il bacino elettorale di cui dispone l’uno piuttosto che l’altro esponente politico, specie in un contesto territoriale e socio-culturale tristemente caratterizzato da fenomeni di corruzione o comunque di condizionamento elettorale.

Peraltro – continua la Rizza – l’articolo si limita a riportare la manifestazione di preferenza elettorale espressa dalla ‘za Rosa’, a prescindere da qualsivoglia valutazione sulla strumentalità o meno di tale affermazione e, conseguentemente, sull’effettivo mantenimento di tale proposito nel segreto delle urne, valutazione che il lettore è libero di compiere, non avendo il giornalista espresso alcuna opinione in proposito…”

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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