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Xena Zupanic, il Bene assoluto

L'eclettica prediletta di Carmelo Bene in libreria con "BEATRIX. Il mio Bene".

L’abbiamo conosciuta in teatro e in tv fortemente voluta da Piero Chiambretti nei suoi talk. Bella oltre ogni limite umano, profonda oltre ogni intimo recesso dell’anima, l’attrice di origini bosniache, Xena Zupanic, interprete prima del pensiero di Carmelo Bene, si racconta col suo inconfondibile modus sacro, rimembrando Nietzsche e “quello” di cui mi disse: «Con Cioran mi inviti a nozze».

Dal teatro, ai monologhi per approdare in libreria con “Beatrix il mio bene”, VIV editori, ma noi parliamo (anche) d’altro. Profonda, accogliente. caso umano unico, che subito mi corregge:
«“… di origini bosniache… “ (?) Un lapsus antropologico ed etnico, [poiché, io sono di origini croate] ma non privo di un fondamento, impregnato di una aura tutta balcanica. Si può scappare dal cuore dell’Europa, quell’Europa in tumulto, sovversiva, di una città come Sarajevo, dalla quale partono sempre le guerre laceranti? I Balcani producono più storia di quanta possono digerire (diceva W. Churchill) e Xena, croata, sempre si trova in questo sovrappiù. Il sovrappiù, il dispendio come l’offerta votiva a non so chi. La vita che abbonda, la cui circonferenza è impossibile abbracciare».

Trasversalmente e unicamente percorri le strade dello spettacolo, ma da più parti si eleva una voce: “è così nella vita”, ecco perché il successo giunge e costantemente si mantiene. Chi sei Xena?

«Né Uno, né Nessuno, sono. Una nota, a se ignota. Una X senza seguito, BeatriX, tre volte beata, nella mente di Dante, obliata. Un’Anima, nata male. Mi sto levando umano per raggiungere l’animale.
Sono anche all’anagrafe, ogni grafia che inizia con la ‘AN’, una particella mai celata:
Anbiozi, Anacoluto, Anacronismo, Anagogia, Anagramma, Anamnesi, Anastrofe, Ancella, Ancusa, Anelito, Angelus Domini, Angolo …
Soprattutto sono anche Anche, pure Pura.
Chi sono? Il sonno di chi?
La sonorità del rituale quotidiano della Phonè, dove ho messo il piede per non misurarmi».

Indimenticabile la tua collaborazione con Piero Chiambretti, che ha aperto un varco al mondo dei telespettatori amanti dello show. Ecco, lo show era il contorno, la persona Xena era lei e non l’attrice. Dote innata? O semplice scelta di mettere in scena ciò che si è?

«In scena la vera dote è essere innati. Non mi metto in scena: mi sto obliando, obliterando la mia mente, mentre altri si sforzano di essere obiettivi. Loro obiettano, io sono l’Oblatore.
Chi sono quando sono obliata? L’oblatore di me stessa, della mia vita, al vitigno appesa. Prendetemi, con delicatezza. I vostri cuori più sobri diventeranno».

Milano, 15 marzo 2018, io esiliato da Biella, con Cateno Tempio e Ugo Sandulli siamo al Masada, per una lectio sul nichilismo cognitivo. Dal pubblico una voce afferma ma chi sei la controparte maschile di Xena? Rispondo: «Magari!» e non sapevano che ci si era sentiti e dovevi esserci, ma impegni improrogabili e un nubifragio devastante ti bloccarono. Cosa saremmo riusciti a fare quel giorno se ci fossi stata?

«Forse trasformavamo l’acqua in vino o musicavamo l’incipit e la frase finale di Stirner: “ich hab’mein’ Sach auf Nichts gestellt”. Forse leggevamo in un’ora e mezzo il romanzo di Turgenev ‘Padri e figli’. Chi lo sa? Quando sei nichilista, tutti i miracoli sono possibili.

Ma noi non possiamo non chiamarci nichilisti. Nicht Listz! R. Wagner, bitte! Vogliamo vivere con la volontà d’elite!»
Nel concetto di terribilità e dell’aurea terrificante sei regina indiscussa, anche qui saresti non attrice di scena? Ma la Xena della porta accanto?

«Quando i bambini mascherati della porta accanto, nell’acme della festa di Halloween suonano alla tua porta e tu ignaro e con i pensieri altrove apri, il tuo destino è terminato, è sigillato (come nell’omonimo film). La porta accanto non m’incanta. Dietro c’è sempre qualcuno che canta in falsetto e tiene in serbo il fatale dolcetto».

Perdonami, se non riesco a definirti personaggio. Sei persona, pura. Sei un essere puro, come pochi al mondo, in Italia citerei Luigi La Via. Quanto c’è di mistico in tutto ciò che è contorno della tua persona?

«Il vero misticismo è la veglia notturna; non si dorme per affrontare l’ignoto, i demoni ingannatori. Essere saldi e resistere: alle prime luci dell’alba i vampiri scappano, mentre in me l’elemento igneo non ignora la loro tempra, la loro continuità notturna. Le visioni, le immagini non servono. Con gli occhi aperti si scende nell’Abgrund, come un batiscafo oceanico, piccolo e fragile. Stai scendendo, sapendo che giù c’è la vita, le forme mai viste. La meraviglia, lo stupore, al di là del deserto in noi».

È totale spiritualità la bellissima carcassa ossea che ti accompagna nel tuo passaggio terreno?

«Anche il nostro scheletro osseo è costruito in maniera musicale. Le ossa sono degli strumenti musicali, i produttori del suono. La carcassa è una scatola sonora che amplifica la tensione, allungando la nostra vita. Tutto questo è spirituale?
Chiediamo all’osso sacro».

Quanto c’è di mistico in tutto ciò che è contorno della tua persona?

«Vedi N.5 e veglia! Cospargiti con l’intero flacone di Chanel, pensando che è la mirra sacra. Così è più facile, venire a cospetto di una divinità misteriosa».

“Massimo, con Cioran mi inviti a nozze”, questo mi dicesti in una nostra conversazione. Ti ha influenzato l’oscura allegrezza anti depressiva del filosofo franco romeno?

«Verso la fine della sua vita, il vecchio cinico, il nichilista luminoso, E. Cioran si innamorò. La donna (di origini tedesche) era molto più giovane. Il dio Eros non aiutò Cioran, che gettava la sua corazza da guerriero perdente di assaporare il nettare amoroso. Qui cade una lacrima, una lacrima da santo. Non quella del vecchio Cioran, ma dagli occhi benevoli di santi che lo proteggevano. Il tenero Cioran fu fuori controllo, governato da un dio imprevedibile. In quei momenti, il mondo, l’intero cosmo, assumeva un senso diverso. Uno squarcio che non divideva, un’irruzione che stava tutta in una lacrima da santo. Mi farei santa per stilare una carta, la carta di una lacrima vincente».

Ho letto una intervista dove asserisci che “il teatro è simile al vero rituale”. Che significa?

«Fare il teatro è un’azione rituale. Esito è la dignità, l’ordine che porta verso una comunicazione più alta, che ogni volta si dissolve appena intravista. Un rituale inutile ma sublime, fino al parossismo doloroso.
Tutte le rappresentazioni teatrali hanno un luogo, un topos rappresentante ed operativo, uno spazio delimitato e circoscritto».

Leibniz oltre alla monde sviluppa “il migliore dei mondi possibili”, in Xena abbiamo l’oblio, la velatura grigia, l’oscuro e l’oscurità. E il mondo si ritorce e inchioda a se stesso. Chi e cosa ci salva?

«Non certamente il Dio della famosa frase di Heidegger “Solo un Dio ci può salvare.” Ci salva il Messia, quello di Franz Kafka: “Il Messia verrà soltanto quando non ci sarà più bisogno di lui, arriverà un giorno dopo il proprio arrivo, non arriverà all’ultimo giorno, ma all’ultimissimo.”
Ma se il Messia avrà il volto di un alieno? Dovrò scrutarlo per risolvere l’arcano. Un Messia o solo un ologramma, Holly Graal, che nessuno riconoscerà?»

Ci racconti un aneddoto su Carmelo Bene?

«Nota bene, anche il termine ‘aneddoto’ inizia con l’AN, la particella mai celata e mette in mostra l’inedito Carmelo Bene innato, inattuale e da pochi reclamato. Ne parlava G. Dotto, e le dotte figure che sanno molte sfumature, ma aneddoto su uno mai nato è un sacrilegio, al quale non mi lego».

Sei l’erede totalitaria e stakanovista del teatro tradizionale e al contempo d’avanguardia, di alcuni tentativi andati a male, escluso Bene?
«Le contrapposizioni false.
Sono contemporanea poiché antica, d’avanguardia in quanto ho assorbito il tradizionale. Chi mi può scindere? L’opinione pubblica, l’impresario, lo Stato, i miei amici benintenzionati? Forse l’influencer o l’opinion maker?
Non ascoltare le Sirene. Ascolta solo la sirena d’allarme!»

Cioran e la sua depressione che diventa creatività attraverso l’anatema, non dimentichiamo le azioni contro Jean Paul Sartre. Poi si passa alla nevrosi, poi alla psicosi e ci si confonde psichiatricamente col termine di follia. Con te ancora più complesso dar definizione o far parallelismi: dove e come nasce la tua personalissima creatività, che sarebbe poi il tuo mood?

«Nasce nell’uovo primordiale, in oscurità. O forse non nasce. Stava lì AB ovo, tra il guscio, la membrana, la testacea esterna, la membrana testacea interna, la calaza, l’albume liquido esterno, l’albume denso, la membrana vitellina, il tuorlo, il blastodisco, il tuorlo scuro, il tuorlo chiaro, l’albume liquido interno, la calaza, la camera d’aria, la cuticola.
Come vedi, è una domanda complessa. AB ovo, di nuovo!»

Xena è come l’omeopatia: escava nel male da estirpare, ma piuttosto che espellerlo, lo rende onorevole di lode. Come fai a vivere con tanto talento 24h al giorno… sempre se la temporalità la consideri?

«Il talento mi tallona, mi fiata sul collo, mi vuole acchiappare ad ogni costo. Io corro, corro senza sosta, pensando ogni tanto a mio tallone: è un tallone d’Achille o è il tallone di Xena?

Il talento mi deve dare la risposta prima o poi, lo so, ne sono convinta».
Quali altri progetti futuri? E ti vedrò a Catania non per mia mano? Perché tanto ti ci porto io se non si muovono gli altri.

«La mia anima, verso la rock-opera “BeatriX”, corre. Un dialogo con il Bene, sul monte laico di Carmelo, schiaffeggiando un logos, sempre nel buio, logorroico e assente. E’ possibile morire, è possibile risorgere, chiedo a Carmelo, il Bene nostrano. Chi risponde, chi ci salva, adesso, quando da tempo sento il tempo temporeggiare».

L’omaggio libero a L’Urlo

Xena – Jurodiv
Ammetto: io Xena, il soggetto cosciente, con l’indirizzo e il numero civico in regola, con la misura delle scarpe immutabile, con il colore dei capelli variabile, con il preciso dolore sul costato sinistro individuabile ma invisibile, sono un aborto non trascurabile, un’annichilita, disprezzata, derelitta e abbandonata, un’annientata nel centro del niente, spogliata di me stessa, staccata dal creato e da me stessa, voglio negazione di volontà, la volontà risoluta di non voler sapere più di volontà propria. Sono un aborto folle, una jurodivyja non molle, una che non molla la matrice maestosa in un punto fisso mostrata.

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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