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Vuccirìa Teatro portano in scena l’umanità del Battuage

Siciliani per nascita e romani d’adozione, i Vuccirìa Teatro tornano sull’isola. Dopo il debutto messinese al Teatro Stabile Vittorio Emanuele con “Io mai niente con nessuno avevo fatto”, saranno sul palco di Zo Catania dal 10 al 12 marzo per la prima siciliana di Battuage – spettacolo scritto e diretto da Joele Anastasi in scena insieme a Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano e Simone Leonardi.

Nata due anni fa per volontà di due catanesi, Joele Anastasi ed Enrico Sortino, la compagnia teatrale Vuccirìa come “un’esplosione o un fiume in piena” porta sulla scena il mondo delle anime erranti che popolano le strade delle città. Un mondo fatto di violenza, diversità, degrado, ingenuità e sentimento. Una lotta per la sopravvivenza, in uno spazio di relazioni e solitudini popolato da otto personaggi portati in scena dalla narrazione del protagonista Salvatore, marchettaro ‘scappato’ dalla Sicilia. Battuage è il luogo del desiderio e in cui il cui il desiderio si trasforma e muore. Ne abbiamo parlato con i componenti della compagnia.

Dopo il successo di “Io mai niente con nessuno avevo fatto..” tornate in scena con un nuovo spettacolo in cui come nel precedente affrontate la tematica sessuale e quella di genere letti stavolta con la chiave della prostituzione. Cos’è Battuage?

Battuage è un delirio della solitudine, l’incubo ad occhi aperti di alcune anime sprofondate dentro se stesse. Questo termine è un finto francesismo che indica tutti i luoghi che specialmente nel notturno si trasformano in luoghi di scambio di sesso occasionale. E così bagni, parcheggi, parchi, vespasiani si sono cristallizzati in un luogo-non luogo, dei ‘cessi pubblici’ che sono anche le case dei nostri personaggi come metafora più ampia per raccontare un’intera condizione dell’animo umano. È qui che si riversano e si intrecciano le storie di otto personaggi, otto anime che non sono nient’altro che immense solitudini macchinate da Salvatore, marchettaro ‘scappato’ dalla Sicilia, che fa da collante tra tutte queste anime disperate. Battuage è quindi senz’altro un viaggio dentro la sua mente e la deformità che lui vede e contribuisce a generare dall’interno. E parallelamente, come artisti e quindi come persone, dentro la nostra personale oscurità. Non a caso con questo spettacolo, il confine tra vita e teatro in qualche modo si assottiglia proprio perché è manifestato fin dall’inizio.

Uno spaccato trasversale e multiforme quello che portate in scena. Eterosessuali, transessuali, omosessuali, gigolò, puttane, marchette, scambisti, uomini, donne, transessuali, giovani e meno giovani. Chi sono e come nascono i personaggi di Battuage? Vittime o carnefici?

Esattamente queste due condizioni si intrecciano continuamente durante la storia. Tutti questi personaggi, che sono 8 per 4 attori, sono anche dei pezzi di noi. Anzi possiamo parlare di 9 personaggi perché uno di loro non si vede ma c’è (e si trova proprio dentro Salvatore). C’è stato un lungo lavoro di ricerca declinato sotto vari aspetti per la genesi di questo lavoro, a partire anche dall’osservazione e dal confronto con chi quei luoghi li ha battuti veramente e non solo metaforicamente come lo facciamo noi.

Le tematiche sessuali (orientamento, genere, identità, etc) tornano spesso nei vostri lavori. Come mai questa scelta? Che tipo di reazione avete dal pubblico?

Non si può parlare di scelta perché in realtà non c’è nessuna decisione a priori sulle tematiche che tratteremo con i nostri lavori, anche perché non crediamo nelle tematiche. Troppo spesso abbiamo bisogno di contenitori dentro cui chiudere tutto, pensieri, persone, emozioni per poterle possedere. Abbiamo bisogno di delimitare i confini delle cose perché non sappiamo affrontare il vuoto, la paura di accettare che nulla ci apparterrà mai del tutto, che non potremmo mai definire completamente qualcosa. Così noi proviamo a raccontare quei vuoti, partendo dai nostri personali vuoti perché crediamo prima di tutto in un’esposizione personale e diretta dell’artista.

Il primo luogo in cui quei vuoti si riversano è sempre il nostro corpo, perché quello è il nostro campo di battaglia. Ma, ancora una volta, il nostro sarà sempre un ‘corpo sbagliato’ che si ama e si odia profondamente. Forse a partire da questo, dal corpo inteso come necessario punto di contatto con il sé, nascono e vengono fuori tutti i conflitti legati in primo luogo al percepirsi come corpo, che non è del tutto così scontato, e quindi anche alla sessualità e in generale alle relazioni che si generano dall’incontro di più corpi.

Ed il pubblico reagisce piuttosto bene, perché in fondo parliamo di qualcosa che ci accomuna tutti al di là dell’orientamento sessuale, delle scelte religiose e di comportamento. Proviamo a parlare, come sempre il teatro ha fatto, dell’uomo. Cercando di toglierci di dosso i chili e chili di ‘fondotinta’ con cui ci siamo ricoperti la faccia per decenni, per sentirci degli uomini migliori.

Come raccontereste la nascita e l’esperienza di Vuccirìa Teatro?

Esattamente con il significato stesso della parola. Baccano! È stata un’esplosione che ci ha colti, un fiume in piena che da quasi due anni ormai ha rivoluzionato e cambiato non solo le nostre giornate ma anche il modo stesso di vedere la vita. Ci siamo costituiti come gruppo per mettere in scena il primo lavoro della compagnia, “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” e possiamo ancora ricordarci come tremavamo la notte prima della prima. Perché ci siamo buttati dentro una cosa evidentemente più grossa di noi e senza salvagenti. Oggi occuparsi di cultura è quasi un ‘suicidio’. Ma siamo stati fortunati e tutto il nostro lavoro e la nostra dedizione non è stata vana, come spesso invece accade per molti altri giovani che non trovano il modo di uscire fuori da un meccanismo con evidenti contraddizioni. E così sono arrivati i premi in Italia e all’estero, l’esperienza in America, le tantissime repliche del primo spettacolo e in generale il confrontarsi quotidianamente con i problemi di chi oggi prova a generare cultura.

Le date di Catania e Messina sono un po’ un ritorno a casa in quanto la vostra compagnia opera tra Roma e la Sicilia. Come si conciliano queste due anime e queste due terre nella vostra vita e nel vostro lavoro?

Certamente il “Sud” è una condizione interiore dalla quale si può difficilmente prescindere. Almeno nel nostro caso è quasi impossibile. La nostra terra è come una madre che culla i propri figli per condurli in un sonno eterno. È amore e senso di protezione che si trasforma velocemente in una lenta agonia. La Sicilia è una lente d’ingrandimento che svela una natura profonda delle cose, dove ogni cosa che accade è mastodontica, grande, pesante. Quasi come fosse pronta a trascinarti giù con lei, negli abissi del mare, per rimanere nascosta in eterno. La Sicilia ci ha donato il nostro modo di stare al mondo. Ed è incancellabile. Roma è la nostra casa artistica, che ci ha accolto come fossimo “di casa”, e a cui dobbiamo tanto perché ci ha offerto semplicemente delle possibilità che altrimenti non avremmo trovato a casa. Nuotiamo forte e siamo a largo, ma rimarremo per sempre dei “naufraghi”.

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Redazione

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