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Vita e morte di Matteo Mustica, il leggendario “compagno Matteo” di Acireale – VIDEO

Siamo sulla Timpa. La località Acque Grandi, tra Santa Maria delle Grazie e Capo Mulini, è stata ribattezzata da molti “compagno Matteo”. Non tutti, però, sanno perché. Pochissimi conoscono la storia legata all’altarino costruito nel ’77 sullo strapiombo a mare alto 170 metri. Una storia impastata di leggenda, informazioni frammentarie, versioni contrastanti. Qualcuno sostiene che un giovane si sarebbe lanciato dal dirupo per una delusione d’amore. L’ipotesi “romantica” è forse quella più diffusa. In realtà quella vicenda andò in tutt’altro modo. L’Urlo ha ricostruito, con fonti dirette, l’identità di Matteo.

A tratteggiare la sua figura sono la sorella Maria Pia ed il suo migliore amico Emanuele Mossa. Si tratta di Matteo Mustica, catanese, iscritto a Lotta Continua in una fase politica assai delicata per quel movimento extraparlamentare, la cui unità cominciava a scricchiolare. Un impegno che gli procurò non pochi problemi con la giustizia: sulla testa di Matteo pendevano addirittura sette processi per reati politici (diffamazione, volantinaggio abusivo, occupazione, resistenza a pubblico ufficiale). Un’intelligenza politica fuori dal comune, svezzata in quel laboratorio che era all’epoca il liceo scientifico Boggio Lera, con i primi dibattiti pubblici e comizi. Lontano dalla politica, Matteo trascorreva le giornate tra uno spericolato giro in moto e l’amore per la chitarra e gli Inti Illimani.

E infine il mare. Soprattutto la pesca subacquea. E proprio in immersione trovò la morte il 23 ottobre 1977. Matteo, ventidue anni, un impiego da operaio alla Sicilian Oil, si era calato verso il fondale mentre la moglie Rosalba lo attendeva a riva. Quella domenica, a Santa Maria La Scala, a una distanza di 400 metri dal Mulino in direzione Catania, qualcosa andò storto. Sebbene fosse un sub esperto, non riemerse nei tempi previsti, a causa di una leggerezza che pagò cara. Chi lo soccorse raccontò questa scena: il fucile era “sparato”, e la fiocina era incastrata su una roccia. Matteo, pur di salvare il fucile, rinunciò a slegare i piombi e a tornare in superficie senza riuscirci. Forse un eccesso di fiducia in sé stesso, forse un’incoscienza. Morì sott’acqua, a causa di una sincope. Quanto meno, questo decretò il referto medico. Ad allertare i suoi amici, che si trovavano lì nei pressi per una gara di pesca subacquea, fu proprio la moglie Rosalba.

La lapide che svetta su Acque Grandi venne fatta costruire, pochi mesi dopo la morte, dalla madre del ragazzo. Le ricerche dell’Urlo hanno fatto emergere molte altre notizie su Matteo, sulla sua vita, sulla sua carriera politica. Ne parleremo nei prossimi giorni.

Di Ramona Tafuri e Marco Militello

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