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Vessazioni a giornalista: prescritto l’Ad del Calcio Catania

Prescrizione e giudizio in Corte d’Appello, sezione civile, per il risarcimento del danno. Questa è l’ultima parola, arrivata ieri, dalla Corte di Cassazione, sulla vicenda giudiziaria, con l’imputazione di violenza privata, che ha visto contrapposti, da una parte, come imputato l’ex direttore generale, oggi amministratore delegato del Calcio Catania Pietro Lo Monaco e, dall’altra, come parte civile il giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Alessio D’Urso.

Il manager ha impedito al cronista di svolgere il proprio lavoro impedendogli di entrare allo stadio e in sala stampa. Tutto per alcuni articoli “sgraditi”. Una brutta pagina, perché è sempre una ferita alla democrazia porre ostacoli immotivati alla libertà della stampa.

In secondo grado, il 18 dicembre del 2015, i giudici della terza sezione penale della Corte d’Appello di Catania (a presiedere il collegio Carolina Tafuri) avevano condannato il dirigente del Catania a quattro mesi di reclusione. Inoltre, il dirigente fu condannato a pagare 4 mila euro di provvisionale a D’Urso e le spese legali della parte civile. In primo grado, Pietro Lo Monaco, nell’ottobre del 2011, era stato condannato a otto mesi di reclusione (in appello la pena era stata dimezzata perché per alcuni capi d’imputazione -per manifestazioni non ufficiali- c’era stata l’assoluzione, oltre ad alcune prescrizioni).

Il giudice monocratico Antonino Fallone della seconda sezione del Tribunale di Catania lo aveva riconosciuto colpevole di violenza privata in continuazione per più episodi di reato, condannandolo alla pena di otto mesi.Il caso riguarda una serie di episodi, avvenuti fra il 2007 e il 2008, di violenza privata nei confronti del giornalista Alessio D’ Urso della Gazzetta dello Sport. Tutto sarebbe accaduto per alcuni articoli “sgraditi” alla società rossazzurra.

Il giudice Fallone aveva riconosciuto, altresì, a D’Urso una provvisionale di ottomila euro: riconosciuti anche 4500 euro di spese legali. Inoltre, era stata ordinata la pubblicazione, a spese dell’imputato, della sentenza sul “La Gazzetta dello Sport” e su “La Sicilia”.

Alessio D’Urso è stato assistito dagli avvocati Sergio Raciti, Paolo Grasso e Katia Malavenda. Lo Monaco, invece, è stato difeso dall’avv. Piero Amara. Il dirigente del Calcio Catania è stato processato con rito ordinario, mentre l’allora presidente del Calcio Catania, Antonino Pulvirenti, e l’addetto alla sicurezza, Arturo Magni, erano stati già assolti –col rito abbreviato, perché il “fatto non sussiste”- nel luglio del 2010.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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