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Il Verdetto del Coppola sconvolge ogni Verità

18222551_10211489840674479_163088554892397671_nIl fine settimana scorso ha visto andare in scena al teatro Coppola Il Verdetto, in verità in verità vi dico con Roberta Amato, Gianmarco Arcadipane, Matteo Bartolotta, Federica Genovese e Vincenzo Ricca per la regia di Federica Genovese.

Salta immediatamente agli occhi l’approfondito studio dei personaggi, movimenti scenici quasi di danza contemporanea in un dramma familiare che, prendendo spunto dalle Verità dichiarate in un processo in cui giudice e giuria è il numeroso pubblico presente in sala, prende vita dalle parole di chi, in un modo o nell’altro è già stato condannato.

18221542_10211481593828313_9062023126776588935_nFederica Genovese, che ne ha curato anche la regia, attraverso la confessione del suo personaggio innesca una catena di ricordi, di vita e di verità differenti, senza cercare legittimazione per le sue azioni, nessuna giustificazione per un atto consapevole, improvviso, passionale. Una ossessione che la rende schiava e libera nonostante tutto.

Così come la bella interpretazione di Vincenzo Ricca nei panni di Agamennone, boss onnipotente, seduttore e vittima, perfettamente incastonato nel suo trono terrestre quanto divino incastonato nella sempre eccellente scenografia di Arsinoe Delacoix.

18222014_10211489843594552_9172055927408281042_nLa riscrittura dell’Orestea è assolutamente ben riuscita sia dando nuova vita ad archetipi senza cedere alla tentazione di “modernizzare” quelli classici, sia nella citazione dei movimenti meccanici del teatro greco classico che fanno da prefazione a tutto. Movimenti che diventano oggi sinonimo di costrizione in un sistema ben preciso e codificato, vita repressa che una volta sfogata, come un vaso di pandora, lascia defluire prepotentemente tutta l’emozione esplosiva dei personaggi come nella forsennata Taranta e nel monologo autolesionista di Cassandra interpretata da 18301350_10211489844274569_6048395499030017572_nRoberta Amato, o nella più intima e intenza interpretazione di Gianmarco Arcadipane e Matteo Bartolotta. Questi ultimi, dando vita ad un unico personaggio, adulto e bambino insieme, in un ruolo quasi marginale per tutto il dramma ma a cui è stato affidato, forse, il ruolo più importante, ovvero quello di chiudere la storia con un messaggio rivolto ad un futuro del quale non è dato sapere le trame. Interpretazione, per entrambi, molto intensa e della quale Arcadipane ha saputo trasmettere ogni singolo fremito e disperazione. Quel bambino che non è più bambino si allontana dalla Famiglia Perfetta vendicando la morte del padre, uomo amato da cui si è sempre sentito disprezzato. Un futuro amaro forse o l’indizio di una storia che si ripeterà all’infinito.

Un dramma vissuto alle pendici dell’Etna, forse a noi così familiare da renderlo ormai invisibile; un dramma fatto di persone chiamate a recitare un ruolo costrette da una logica indispensabile da cui non è possibile uscire per il semplice motivo che non se ne conoscono altre.

Il Verdetto non cerca giustificazioni, non vuole la compassione del pubblico ma proprio come un tribunale pretende solo che ogni verità detta venga registrata.

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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