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Una mattina al Bingo. Le macellerie umane autorizzate dallo Stato

Ipocrite tutte quelle campagne contro il gioco d’azzardo condotte dallo Stato Italiano. Basta entrare in una sala Bingo per rendersi conto che questi proclami pubblicitari sono vuoti e servono a tenere a bada il buonismo dell’opinione pubblica.

Non si scappa però dai dati e ogni anno i ludopatici, persone che rovinano se stesse e la propria famiglia, aumentano. Nel 2017, stando proprio ai numeri ufficiali dei Monopoli di Stato, gli italiani hanno speso complessivamente 101,85 miliardi di euro.

La sale bingo sono delle macellerie umane autorizzate dallo Stato.

La ludopatia – il vizio del gioco – è esattamente come una tossicodipendenza. Lo sanno bene i familiari di chi ne è affetto che si ritrovano senza soldi, lavoro e casa e con gli usurai addosso.

Nel gioco però, a differenza delle droghe, lo Stato ci lucra sopra favorendo la dipendenza.

Per rendersene conto basta trascorrere una mattina al bingo.

Noi lo abbiamo fatto e in soli 30 minuti abbiamo perso 50 euro. Dentro questi saloni illuminati da sola luce artificiale il meccanismo è perfettamente congeniato per perdere non solo i soldi ma anche la nozione del tempo.

Nell’arco di 24 ore, tutti i giorni, le sale sono aperte dalle 9.00 alle 24.00 con una pausa di sole 9 ore. Si controlla con parsimonia l’apertura dei casinò ma poi in ogni città italiana ci sono da 1 a 4, o anche più, sale bingo.

A Catania centro, ad esempio, sono aperti 4 bingo più quelli di Misterbianco e Giarre. In tutta la provincia si contano 6 sale da gioco.

Restano fuori dal computo tutte le sale scommesse autorizzate dove si trovano le famose macchinette e per cui andrebbe fatto un discorso a parte. Teniamo ben presente però che al bingo ci sono anche le slot machine e le macchine da poker.

Come funziona? Il racconto di una mattina al bingo America (un bingo come gli altri)

Sono solo le 10.00 del mattino, il parcheggio in piazza San Domenico Savio e già pieno di auto, così come lo slargo in via Salesiani. L’intenzione iniziale non era quella di andare a “giocare”. A destare l’attenzione è stato uno dei tre posteggiatori abusivi che mi ha impedito di parcheggiare la macchina nel primo posto disponibile dicendo “non può mettere l’auto lì – e poi – Deve andare al bingo?”. No, l’idea non mi aveva minimamente sfiorato. “Allora mi deve lasciare le chiavi della macchina” e francamente non mi sfiora neanche questa idea. Per cui sono costretta e parcheggiare a 200 metri di distanza rispetto all’ufficio in cui mi devo recare e che si trova in piazza San Domenico Savio. 30 minuti dopo c’è ancora più movimento. I posteggiatori sono in pieno fermento, occupati a dirigere il traffico delle persone che lasciano il mezzo e velocemente vengono inghiottiti dalle porte a vetri oscurati dell’ingresso del bingo.

Il posteggiatore abusivo del bingo dirige il traffico

Mi faccio coraggio ed entro anche io. Cosa succede là dentro? Persino io, accanita fumatrice, nella prima sala destinata alle “macchinette”, sono investita da un opprimente puzza di fumo. Accedo al salone centrale del bingo. Più della metà dei tavoli è già occupato.

Un centinaio di persone che alle dieci di un martedì mattino qualsiasi sta giocando, in una dimensione alternativa alla vita reale che è all’esterno.

Per lo più donne. Un “tritato misto” di umanità proveniente da ogni ceto sociale. La signora con lo sguardo vitreo che indossa un maglione sdrucito pieno di paillettes. Sembra che abbia trascorso la notte davanti al Bingo in attesa di poter riprendere a giocare.

Il salone del bingo alle 10.00 del mattino.


Una donna molto elegante che entra decisa e si siede appartata ai computer. Solo dopo scoprirò che lì è possibile giocare più schede contemporaneamente. Il che si rivela molto utile considerati i tempi di gioco.

Nel salone l’aria è irrespirabile. Fumano tutti: perchè un vizio ne alimenta un altro. Torno indietro di 24 anni e, per la prima volta in vita mia, mi ritrovo a ringraziare l’allora Ministro Sirchia che introdusse il divieto di fumo nei locali pubblici. Ma qui non vale neanche questo. I vestiti e i capelli si impregnano subito.

La legge, il tempo, il luogo, l’onore non hanno peso. Stanno tutti aspettando di giocare. Prendo posto ad un tavolo dove già sono sedute due donne: madre e figlia. I soldi sul tavolo. Loro sono esperte. Io, con aria imbranata, vengo investita dal ragazzo in divisa che vende le schede ai tavoli. Parola d’ordine velocità. Mi risponde con una smorfia quando gli chiedo quanto costa. Si innervosisce pure. Mi sbatte in mano 4 schede e mi dice “4 euro”. Io non afferro subito ed esco subito i soldi dal portafoglio sotto lo sguardo divertita della signora più matura seduta accanto a me.

Sarà proprio lei a fare bingo in un lasso di tempo veramente breve. Vorrei cronometrare i tempi di gioco me riuscirò a farlo solo dopo altre 6 giocate. Sono sopraffatta dalla tecnica di vendita così veloce. Devo controllare i numeri che vengono scanditi alla velocità della luce.

“Signora – non conosco le regole del gioco – qui si vince solo con Tombola e cinquina?” riesco a chiedere tra una giocata ed un’altra dopo aver speso a vuoto i primi 4 euro. “Solo cinquina e bingo” mi risponde “qui non si gioca a tombola”.

Di nuovo si presenta il venditore di cartelle in divisa, alla giacca ha attaccate con delle mollette pure dei gratta e vinci.

Il che risulta sconvolgente se si riflette sul fatto che bisogna proprio essere assaliti dalla bestia del gioco per voler giocare al bingo ed in contemporanea tentare la fortuna al gratta e vinci.

Trovo molto elegante la consuetudine di regalare una scheda agli altri giocatori seduti al tavolo quando si vince al bingo. Così fa la signora con me. Io, esaltata, decido di comprare altre 5 schede. La donna più giovane mugugna contro di me. “Non può riuscire a controllarle tutte, ne compri solo una. Se no, vada a sedersi al computer.”
Vorrei tirarmi indietro ma il giovane venditore in divisa costellata di gratta e vinci me le ha già buttate addosso e ora rivolge verso di me la mano chiedendomi i 6 euro dovuti.

Perdo ancora, comprendo che la donna più giovane e ancora arrabbiata con me: le da fastidio la mia inesperienza. La madre invece continua a sorridere al mio indirizzo ma rimane sempre concetrata sul gioco.

Non ho più soldi, raccatto 3 euro da dentro la borsa e decido di acquistare le mie ultime 3 schede. Stavolta, credendomi furba, assumo un’aria compassata e chiedo veloce le tre cartelle con i soldi pronti in mano. 3 euro e dieci in monete. Ho anche il coraggio di chiedere il resto e ci resto veramente male quando l’antipatico venditore mi risponde “no, è lei che mi deve dei soldi” e notando la mia perplessità aggiugne “ora non c’è più tempo, me le paga dopo”.

Sono rimasta senza soldi

E ancora la signora anziana a venire in mio soccorso “questo giro le cartelle costano di più: 1 euro e 50.” La figlia mugugna contro di me. Accipicchia, io sono rimasta senza soldi. Vado nel panico perchè non so come pagare. Non mi resta altro che vincere, penso… in un momento di follia suicida.

Quindi, anche se non posso permettermelo gioco, cadendo anche io (nel mio piccolo) al vortice di quel gioco che non ti puoi permettere e che speri vada a frutto per poterti riprendere dai debiti. Chiaramente non vinco. E non so come fare a pagare 1 euro e 50. Dovrei forse chiedere un prestito alla signora e andare a cercare un bancomat? Cosa posso fare? Sono sopraffatta dalla vergogna. Il giovane si presenta per chiedermi il denaro. L’illuminazone: “scusi ma qui c’è modo di prendere soldi dal bancomat?” “Certo, vada all’ingresso” mi rispondono. Lascio i miei effetti personali al tavolo per non far credere che sto scappando.

Il bingo è il sistema perfetto per svuotare il conto corrente. Non esiste un vero sportello bancomat ma si ha la possibilità di reperire soldi “pagando” con le carte alla cassa.

Recupero il denaro di cui sono debitrice e compro altre 4 schede. Gioco e le lacrime rigano il mio viso pensando ad una delle tante donne incinte che aspetta il padre del suo bambino che non torna più a casa impegnato a rincorrere una “scommessa” autorizzata dallo Stato. A quell’uomo non interessa più vincere o perdere, il gioco è una droga che ti impegna con i delinquenti ed oltre ai beni materiali ti sottrae l’affetto dei tuoi cari e la dignità.

Ogni estrazione dura un massimo di tre minuti.

 

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Fabiola Foti

36 anni, mamma di Adriano e Alessandro. Giornalista da 18 anni, può testimoniare il passaggio dell'informazione dal cartaceo al web e, in televisione, dall'analogico al digitale. Esperta in montaggio audio-video e in social, amante delle nuove tecnologie è convinta che il web, più che la fine dell'informazione come affermano i "giornalisti matusa", rappresenti una nuova frontiera da superare. Laureata in scienze giuridiche a Catania ha presentato una tesi in Diritto Ecclesiastico. Ha lavorato per: TRA, Rei Tv, Video Mediterraneo, TeleJonica, TirrenoSat, Giornale di Sicilia. Regista e conduttrice del format tv di approfondimento Viaggio Nella Realtà. Direttore di SudPress per due anni. Già responsabile Ufficio Stampa per Società degli Interporti Siciliani e Iterporti Italiani. Già responsabile Comunicazione e Social per due partiti. Attualmente addetto stampa del NurSind Catania, sindacato delle professioni infermieristiche. Fondatore della testata online L'Urlo.

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