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Un direttore generale inconsapevole. Le parole dell’on. Scavone al processo per il Pta di Giarre

Non sapeva che il progetto era andato avanti. Non glielo avevano detto ad Antonio Scavone, allora direttore generale dell’Asp di Catania, che il Presidio territoriale di assistenza di Giarre era diventato realtà. E così, lui, risentito, all’inaugurazione, nel novembre del 2010, non ci andò. Per lui, infatti, il progetto “era morto” dopo quanto accaduto tre anni prima, quando aveva saputo che la Regione aveva optato per altri progetti rispetto all’idea che gli era stata presentata dall’Ordine dei Medici.

Questo, in estrema sintesi, quanto ha detto oggi l’imputato Antonio Scavone, da due anni senatore del Gal (Gruppo delle Autonomie), in aula davanti ai giudici della terza sezione del Tribunale di Catania (Presidente Rosa Anna Castagnola, a latere Mirabella e Catena, Pm La Rosa) per il processo cosiddetto dell’informatizzazione del Pta di Giarre. Un dibattimento diventato all’improvviso “famoso” per le possibili implicazioni sulle ventilate “ascese” istituzionali dell’on. Finocchiaro: “leggende romane” o verità, questo processo è finito sulla “stampa che conta”. Ora, da qualche settimana, un po’ di meno…

Ricapitoliamo: sono quattro i rinviatii a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla procedura amministrativa che aveva portato all’affidamento senza gara dell’appalto per l’informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre, assegnato alla Solsamb srl, società guidata da Melchiorre Fidelbo, marito del presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro.
Tra loro lo stesso Fidelbo, il manager dell’Asp etnea Antonio Scavone, l’ex direttore amministrativo dell’Azienda sanitaria provinciale di Catania Giuseppe Calaciura, e il direttore amministrativo dell’Asp Giovanni Puglisi. Non luogo a procedere invece per la responsabile del procedimento, Elisabetta Caponetto. I quattro devono rispondere di abuso d’ufficio e di truffa. Così ha deciso, nel 2012, il Gup del Tribunale di Catania Marina Rizza: l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Michelangelo Patanè e dal sostituto Alessandro La Rosa, era stata condotta dalla Guardia di Finanza. Inizialmente, la Procura aveva contestato solo il reato di abuso d’ufficio: successivamente, su iniziativa del Gup Rizza, si è aggiunto anche il reato di truffa aggravata.
Al centro dell’indagine c’è la delibera n.1719 del 30 luglio del 2010 che ha autorizzato l’Asp di Catania a stipulare un convenzione con la Solsamb per il Pta di Giarre. Una delibera per un appalto milionario -poi revocato- che, secondo l’accusa, sarebbe stata redatta “senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna”.

Questo l’antefatto del processo: oggi, Scavone, difeso dall’avvocato Carmelo Galati, si è presentato attorno alle 12 al Palazzaccio. Abbigliamento tradizionale, il senatore del Gruppo delle Autonomie, medico radiologo, una vita di “fedeltà politica” a Raffaele Lombardo, ha risposto alle domande del Pm Alessandro La Rosa. In un’ora abbondante di esame, Scavone ha ripercorso l’excursus storico della vicenda amministrativa al centro del processo, dall’iniziale idea progettuale, quella di una “Casa della Salute”.

Il ricordo di Scavone parte dal 2007 quando l’Ordine dei Medici di Catania invia una nota all’Asp, a firma del vice presidente Salvatore Sciacchitano, nella quale viene offerta collaborazione per la progettazione della “Casa della Salute”. Non solo: dopo un mese, ecco un incontro nella sede dell’azienda sanitaria con Melchiorre Fidelbo, Salvatore Sciacchitano ed un altro medico, Giovanni Benedetto.

“Dissi loro – ha riferito al tribunale Scavone – che l’ideale sarebbe stato realizzare la struttura all’interno di un ospedale. Suggerii il nosocomio di Giarre che per me era una spina nel fianco. Un ospedale enorme, aperto dopo 40 anni di vicissitudini”.

Era scettico Scavone sul fatto che il progetto potesse andare a buon fine: ma ugualmente chiese di far entrare l’Asp nel Consorzio [email protected] e di presentare il progetto, con l’impegno di inviarlo all’assessorato regionale alla sanità.

“Il mio unico obiettivo era costruire un rapporto con il Consorzio [email protected] – ha spiegato Scavone – che gestiva il Registro Tumori Integrato, paradossalmente non affidato, come avrebbe dovuto essere, all’azienda”. sanitaria”.

Ma cosa accade?

“Ho appreso solo da indagato – ha detto l’imputato – che il mio direttore amministrativo Maurizio Lanza aveva inviato a Saverio Ciriminna (dirigente dell’ispettorato, ndr), probabilmente su sua richiesta, il frontespizio del progetto”. Il Pm evidenzia come l’unico progetto ad arrivare a destinazione fu proprio quest’ultimo.

Quando tutto sembra –agli occhi di Scavone- essere finito, a dicembre 2008, succede che Melchiorre Fidelbo invia un’email all’azienda sanitaria con il parere rilasciato da Saverio Ciriminna e il timbro del Ministero della Salute. E Ciriminnna convoca, in modo irrituale, pure una conferenza di servizi. Scavone non ci va.

“Nel corso di quell’incontro – ha riferito l’ex direttore generale – venne chiesto all’Asp di Catania di integrare il progetto già presentato. Io lo feci puntualmente e lo inviai nel maggio del 2009 non a Ciriminna ma al mio interlocutore, l’assessorato regionale alla sanità. Ad agosto lasciai l’azienda sanitaria e non ho più saputo nulla del progetto se non ad una settimana dall’inaugurazione del Pta, su invito di Fidelbo e del mio successore all’Asp”. Si arriva così ad una rimodulazione del progetto, con 150 mila euro destinati all’informatica.
Ma è nel finale, come nelle migliori performance politiche, degne di Palazzo Madama, che Scavone alza il tono della sua voce. Quando lascia intendere che la politica decideva. Eccome.
“All’epoca – ha dichiarato sul finale Scavone – c’era un ministro donna del Pd. Guarda caso in Emilia Romagna furono 31 i progetti realizzati, a differenza delle altre regioni dove al massimo ne andarono in porto uno o due”.

Prossima udienza il 21 aprile, quando sarà sentito Melchiorre Fidelbo, difeso dall’avv. Pietro Granata. Ma il Tribunale ha lasciato intendere che, dopo non pochi rinvii, vuole “stringere i tempi”: dopo il 28 aprile, altra udienza il primo luglio. Stavolta, la “corsa” contro una possibile prescrizione è già partita?

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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