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Un “Cappello” sulla città. Storia di un clan in costante ascesa

Certe storie ricordano l’ormai celebre fermata della statua della Madonna sotto la casa del boss ndranghetista di Oppido Mamertina (RC), tale Giuseppe Mazzagatti. Da sottolineare persino l’indignazione nazionale ed il sarcasmo per un gesto che ha, ancora oggi, il sapore del più amaro paradosso.
A Catania è diverso. Tutto, o quasi, è permesso e tutto , o quasi, non desta particolare clamore. La festa è grande, è dispersiva, è magicamente autoreferenziale, è una meravigliosa ipnosi che poco c’entra con la religione. E’ un incanto che conquista tutti. Conquista persino quei mafiosi, assetati di ombra e silenzio, che si svelano ingenuamente proprio in quei giorni in cui tutti i riflettori sono accesi. I Cappello , potente clan catanese esterno a Cosa Nostra, non sono da meno.

Ma chi sono i Cappello? E’ interessante scoprire le dinamiche storiche che hanno portato Salvatore Cappello, dall’essere un giovane gregario dello storico uomo d’onore Salvatore Pillera (inteso “Turi Cachiti”) all’essere boss incontrastato di un gruppo che ha sfidato apertamente gli affari della famiglia Santapaola. Il salto è relativamente breve. I Cappello nascono negli anni ottanta.
Tutto prende forma subito dopo la morte di Alfio Ferlito. Siamo nel 1982 e si è appena conclusa la sfida tra i due più promettenti luogotenenti del vecchio boss Pippo Calderone.
A vincere è Santapaola, a perdere è Ferlito e con quest’ultimo l’alleato Pillera ed i suoi gregari.
Cappello inizialmente segue le sorti del boss, serra i ranghi del clan e partecipa alla guerra con il clan Savasta di Antonino Puglisi e con il clan Laudani. Poi, con l’arresto di Pillera nel 1986, prende in mano il clan e si scontra subito con la frazione interna che non ne riconosce la leadership.

Inizia quindi una sanguinosa guerra con gli Sciuto-Tigna, coloro che all’interno del gruppo Pillera non riconoscono Salvatore Cappello come capo. Una guerra che ingloba i conflitti con i Savasta ed i Laudani e che lascia sulle strade di Catania centinaia di morti.
Il clima insostenibile e l’ormai compromesso legame tra il più ruspante Cappello ed il vecchio Pillera recluso, portano alla scissione definitiva. Nasce così il clan Cappello con a capo lo stesso Salvatore Cappello e Giuseppe Salvo ‘u carruzzeri, padre di quel Massimiliano Salvo che in questi giorni si è ritrovato la candelora degli ortofrutticoli quasi dentro casa.
Un’ascesa costante che ha portato il gruppo ai vertici della criminalità organizzata catanese e non solo. Una credibilità acquistata anche grazie ad accordi con i Clan Mallardo ed Alfieri di Napoli, i Clan Trovato e Bellocco di Reggio Calabria, il Clan Graviano di Palermo, il Clan Foti di Barcellona Pozzo di Gotto (ME).

Se nel 2000 la cosca subisce il pesante arresto di 104 affiliati, è nel 2008 che il gruppo riacquista la credibilità di un tempo con la scarcerazione dei boss Gaetano Li Guzzi, Giovanni Colombrita , Salvatore Caruso , Orazio Pardo e Orazio Finocchiaro.
In forte ascesa è anche parte dell’ala militare dei Cappello. Mi riferisco ai “carateddi”, frangia agli ordini di Ignazio e Concetto Bonaccorsi ed oggi guidata da Sebastiano Lo Giudice “u carateddu” (già condannato per nove omicidi tra il 2001 ed il 2010) ed Orazio Privitera. Gruppo sempre attivo nonostante i duri colpi inferti dalle operazioni Revenge e Revenge 3.

I Cappello ad oggi non controllano solo i quartieri catanesi di Nesima, parte di San Crisfotoro, San Berillo nuovo, Cappuccini, San Giorgio, Villaggio Paradiso degli Aranci, Cibali (molto influente la presenza di Massimiliano Cappello, fratello di Salvatore), San Giovanni Galermo e Monte Po ma vantano anche una notevole influenza nei territori di Misterbianco (CT), Piano Tavola (CT) grazie all’appoggio dei “martiddina-Squillace” , di Calatabiano grazie all’appoggio del clan Cintorrino, di Centuripe (EN) , di Regalbuto (EN) , di Catenanuova (EN) e di Portopalo (SR).

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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