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Un artista a settimana: Miriam Pace

Dopo un lungo periodo di pausa la nostra rubrica Un artista a settimana riparte e lo fa alla grande. Questa volta ci racconta di lei e della sua arte Miriam Pace, pittrice calatina “in scena” in questi giorni alla mostra Artisti di Sicilia

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Vi siete mai chiesti se esiste un coefficiente dell’arte? Chi scrive non lo aveva mai fatto, ma adesso ha la risposta! Soprattutto quando si parla di arte contemporanea risulta molto complicato decidere cosa sia arte e cosa no lo sia. Sembra, però, che ci siano alcuni elementi che consentono anche a noi comuni mortali di comprendere perché alcuni artisti ce la fanno ed altri no.

Partiamo dal presupposto che l’arte ha un suo mercato di riferimento e la sua bellezza è spesso concretizzata in un valore che si traduce in un prezzo. Come si determina quindi il valore di un’opera? Prima di tutto è fondamentale il numero di opere prodotte dall’artista. Il mercato dell’arte ragiona esattamente all’inverso rispetto all’economia del consumismo: meno opere produce un’artista più aumenta il loro valore. La rarità può quindi essere il primo degli elementi che determinano il nostro coefficiente. All’altro estremo, invece, va posto il valore di un’opera rispetto al numero di mostre: più mostre un’artista può vantare più aumenta il prestigio delle sue opere, soprattutto se si tratta di vernissage personali o cui la critica ha dato un forte riscontro.

C’ è poi, come in molti altri casi, il valore dato dall’esperienza.

Quindi rarità + mostre + critica + esperienza sono i fattori che determinano il nostro coefficiente. Miriam Pace ha delle esperienze importanti e noi le chiediamo di condividerle con i lettori dell’Urlo.

«Ho iniziato a dipingere quando ero molto piccola grazie a mia madre che, in un periodo particolare della mia vita, mi regalò cavalletto e colori. Per motivi personali non potevo frequentare la scuola e così passavo gran parte del mio tempo tra i pennelli. Negli anni, riprendendo con la vita tipica di un adolescente non ho mai abbandonato l’arte. Certo, non le dedicavo più lo stesso tempo, ma ho avuto modo di sperimentarmi anche con forme artistiche diverse dalla pittura. L’esigenza di dipingere è stata sempre presente nella mia vita, tanto che durante l’università a Milano ritornò con tutto il suo vigore, fino a spingermi ad adibire il bagno adiacente la mia camera a laboratorio creativo.

Mi ammalai persino a causa del forte odore emanato dai colori che utilizzavo. Poi ebbi l’opportunità di avere uno spazio tutto mio solo per dipingere.»

Chiunque abbia una forte passione, qualunque essa sia, può comprendere la forza che spinge a perseguire quel qualcosa a qualunque costo e in qualunque circostanza. Ma dove ti hanno portata le circostanze della vita?

«Durante gli anni milanesi, come dicevo, ebbi finalmente l’opportunità di avere uno spazio per me e i miei quadri. Ero al secondo anno universitario quando esposi per la prima volta le mie opere nel locale milanese Letrottoir nel quartiere di Brera. All’epoca ritraevo soprattutto soggetti malati, ma in un modo quasi fumettistico, come ad esorcizzare ed alleggerire la paura della malattia. Un altro dei miei soggetti erano le problematiche sociali a cui cercavo di dare voce studiandone la psicologia. Poi lo studio in cui lavoravo si allagò e persi gran parte di queste opere.»

Quindi chi ha avuto la fortuna di ammirare o acquistare questi soggetti ha in casa una rarità?

«Possiamo anche metterla così, molti in realtà hanno potuto visionarli perché rientrata a Caltagirone ho avuto l’opportunità di realizzare una mostra all’interno di Prova d’Autore, rassegna artistica curata da Domenico Amoroso.»

Quali tra le tue esposizioni personali ritieni particolarmente importanti?

«La mostra alla Fondazione Orestiadi di Gibellina, nel 2011, curata da Achille Bonito Oliva, uno dei maggiori critici Italiani, che ho avuto il piacere di conoscere ed incontrare grazie ad un mio caro amico artista performer Michelangelo Jr. E’ stato un momento di crescita molto importante, anche artisticamente: durante il periodo di residenza alla Fondazione sono successi degli “imprevisti” che hanno posto le basi della mia ultima ricerca, tali casualità mi hanno fatto riflettere sulla mia pittura del momento e su cosa poteva diventare.»

I tuoi lavori attuali fanno pensare a quando si osservano le nuvole, la tela per te è come un cielo di nuvole?

«Assolutamente sì, ma anche come un libro ancora tutto da scrivere. Quando mi metto davanti alla tela mi sento come un narratore che conosce perfettamente la storia che vuole raccontare: la storia infatti è già lì, io non faccio altro che darle forma. Ogni personaggio è necessario che ci sia, e che sia tale, in un ottica puntigliosa di equilibri, dal generale al particolare e viceversa“un gioco a togliere” che sintetizzi al meglio quel racconto che la mia immaginazione mi permette di cogliere e ricostruire»

Un chiarimento, tu hai già in mente la storia che racconterai quando ti accosti a una nuova opera?

«La mia pittura ha tre fasi nettamente separate e distinte, “azione”, “ideazione” e sintesi”, come uno scultore che prima di iniziare a scolpire taglia il suo pezzo di marmo (azione) poi identifica quale soggetto è già contenuto in quella pietra che ha scelto (ideazione) e lo attua togliendo il superfluo (sintesi).

Quindi quando inizio non ho un pensiero ben definito ma solo pura energia nei movimenti,l’idea di cosa rappresentare viene fuori in un secondo momento.»

Tu fai arte contemporanea e sei avvezza alle critiche che spesso questa riceve, ma come si fa a comprendere “la verità” di un’espressione artistica nella forma contemporanea?

«Il problema di definire se un’opera è d’arte o di artigianato, e quindi svelarne l’autenticità in quanto tale, è il problema di sempre, a cui tutti tentano di approcciare con una soluzione.

Personalmente credo che solo l’artista “esecutore” e non “spettatore” – così come distinto da Drewermann in un saggio sulla fruizione dell’opera d’arte- può consapevolmente e onestamente rispondere.

Ciò che mi viene da dire in generale è che debba esserci un perfetto sunto tra forma e contenuto, sintesi espressa chiaramente nel nostro linguaggio… contemporaneo.»

 

Potete trovare le opere di Miriam Pace nel suo atelier di Caltagirone in Via Roma 151.

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