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Uccise la moglie dandole fuoco, 30 anni a sottufficiale dell’Aeronautica

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Catania (presidente Antonio Giurato, a latere Ciarcià) hanno condannato a 30 anni di reclusione Salvatore Capone, il sottufficiale dell’Aeronautica Militare che il 9 novembre del 2009, a Giarre, aveva provocato la morte della moglie Maria Rita Russo, insegnante di scuola materna, cospargendola di benzina e alcool e dandole poi fuoco. La donna era deceduta dopo 10 giorni di agonia per le gravi ustioni riportate. In quella drammatica circostanza anche i due figli gemelli di tre anni della coppia erano rimasti lievemente ustionati.
Il giudizio è arrivato dopo la decisione della Cassazione che aveva annullato con rinvio la sentenza di condanna contro il militare relativametne alla ritenuta aggravante della premeditazione, che oggi è stata riconosciuta. In primo grado, in abbreviato, l’imputato, difeso dagli avvocati Enzo Iofrida e Giovanni Spata, era stato condannato all’ergastolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e duplice tentato omicidio dei due figli: in appello, invece, nel febbraio del 2013, gli erano stati inflitti 30 anni, in quanto era stata ritenuta insussistente la desistenza volontaria del tentato omicidio dei bambini. La difesa aveva proposto ricorso per Cassazione.
Nel processo numerose le parti civili, con i familiari della vittima e dei figli, con gli avvocati Giovanni Grasso, Francesca Ronsisvalle, Pierfrancesco Continella, Nino Garozzo, Goffredo D’Antona e Enzo Mellia.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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