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L’occhio italiano, la donna turca e la turista saudita.

Per attraversare un fiume serve necessariamente un ponte. La Turchia è l’esempio formidabile di armoniosa terra di mezzo tra i balcani ed il mondo arabo, un mix molto speziato dal retrogusto dolcissimo. In special modo parlo della Turchia non completamente occidentalizzata escludendo quindi Istanbul ed altri grossi centri. In queste città, i giovani assomigliano tanto ai nostri giovani e non v’è una sostanziale differenza di vestiario e comportamento. Mi riferisco insomma alla Turchia autentica, quella periferica ed ancora verace. Quella che ho avuto l’onore di assaporare e far mia per sempre.
La Turchia che resiste alla laicizzazione totale, la Turchia di provincia, kemalista ma non troppo, islamica al punto giusto.
Lo stesso paese dell’abolizione del ripudio e della poligamia (1926) , la stessa nazione della subordinazione del rito religioso a quello civile attraverso l’art. 143 codice civile e delle recenti riforme del 2001, sempre inerenti il ruolo della donna per la Nazione – isola felice per l’intero mondo femminile islamico – e nella società turca.
Nella terra di Atatürk – in ogni casa o negozio, la sua effige ha il sapore di una resistentissima ancora contro ogni deriva islamista – non mancano di certo i motivi per restare a bocca aperta. Forse superficiale o forse inzuppato di pregiudizi, da “buon” europeo medio, ciò che ho notato immediatamente è stato l’approccio maschile alla donna. Non invasivo come in gran parte del mondo islamico e non superficiale come in gran parte del mondo occidentale. Un giusto equilibrio laico – la donna, sul piano giuridico turco, gode di quasi gli stessi diritti della donna italiana – tra tradizione ed identità, tra rispetto della donna e carnalità non proprio sussurrata. Qualcosa di forte ma rispettoso.
All’occhio “europeo” appare fortissimo, quasi fuori luogo, lo sguardo degli uomini nei confronti di spalle e polpacci scoperti.
Un po come rivivere i racconti dei nostri nonni, quasi come rivedere l’imbarazzo delle nostre nonne.

Si tratta di uno sguardo profondissimo ma – non me ne voglia Giulia Innocenzi di ritorno dall’Iran – uno sguardo rimane pur sempre tale anche se penetrante e pieno di desiderio. E’ l’ultimo baluardo virile dell’uomo moderno, guai se qualcuno vietasse tutto ciò, si finirebbe tutti in una chat.
Come uno schiaffo la cui eco è palpabile persino da un turista maschio non più di giovanissima età, erano tante le pupille spalmate sui coloratissimi foulard – il “ hijab” copre capelli e collo lasciando scoperto l’intero viso quasi come la cornice in un quadro – e sulla larghissime gonne.
Un particolare che scioccamente può anche spiazzare il moderno europeo abituato ad anonimi occhi bassi, a stupidi e scontati convenevoli ed alla dipendenza da social network. Ma è proprio l’ipocrita pulpito occidentale a falsare ed a rendere irrispettosa ogni genere di analisi.

Messo da parte il piedistallo e calatomi nella società turca, ho cercato quindi di immedesimarmi nell’uomo locale senza scadere in giudizi e paragoni, semmai realizzando quanto fascino abbia perso la donna europea ormai denudatasi in senso lato. Ho osservato, zitto e muto, intercettando lo scambio di sguardi in strada e restando stordito per una caviglia, un sorriso, un taglio degli occhi o per le forme generose delle donne anatoliche, forme intraviste sotto gonne, giacche e veli. Ho iniziato a notare sfumature e particolari di un quadro, distogliendo lo sguardo dai colori più accesi, dalle figure più evidenti. Sono finito per guardare quelle donne con lo stesso occhio turco, provando sensazioni troppo forti rispetto a ciò che il mio occhio riusciva ad abbracciare.
Altro impatto è invece quello con le tante turiste arabe – spesso le ricche saudite preferiscono trascorrere le loro vacanze nella Turchia orientale –  coperte, salvo il taglio degli occhi, dal nerissimo “niqab”. Bambine, accompagnate spesso da uomini di mezza età, avvolte da costosissimi gioielli ai polsi e griffatissime borse e scarpe . Un impatto devastante – specialmente se il primo approccio avviene a bordo di un aereo o in un aeroporto – ma, anche in questo caso, da contestualizzare senza derive moralizzanti e volgari piedistalli. Senza supremazie culturali o retorica arcobaleno.
Non necessariamente vi è imposizione ma spesso liberissima scelta dietro questi indumenti. I movimenti di queste donne sono lenti ed armoniosi, lo sguardo meraviglioso, indescrivibile e mai spento. Qualcosa di mai visto in Italia. Qualcosa di irraggiungibile. Qualcosa di pericoloso, visti gli sguardi assassini dei figli gelosi della madre, colta furtivamente qualche secondo senza velo.
Probabilmente proprio perché è quello l’unico spiraglio dal quale trasmettere femminilità, come un cieco fa con l’udito, è con gli occhi che la donna in “niqab” riesce a schiaffeggiare un uomo. Come un’unica finestra dalla quale affacciarsi, unico periscopio di un sottomarino in totale immersione, unica feritoia dalla quale scrutare i nemici.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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