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Trattativa: il Pm chiede 9 anni di carcere per Mannino

Nove anni di carcere per Calogero Mannino: è questa la richiesta della Procura di Palermo nei confronti dell’ex ministro democristiano imputato di essere stato il mandante della trattativa Stato-mafia, nel 1992. Quello nei confronti di Mannino, che si tiene davanti al Gup Marina Petruzzella, è uno dei due processi in corso a Palermo con l’accusa di avere voluto «turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano, ed in particolare del Governo della Repubblica» con stragi e altri delitti. L’altro è in corso davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d’Assise a carico di nove imputati, fra ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, ex ministri e boss mafiosi; anche Bernardo Provenzano e Mannino erano indagati nello stesso procedimento, ma la posizione del capomafia è stata stralciata per gravi motivi di salute, mentre l’ex ministro ha scelto il giudizio abbreviato, cioè un processo che si svolge davanti al Gup, a porte chiuse, allo stato degli atti, con lo sconto di pena di un terzo in caso di condanna.

Anche nel processo principale, quello davanti alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto, oggi s’è tenuta una udienza con la testimonianza dell’ex Pm etneo Sebastiano Ardita, oggi procuratore aggiunto a Messina, relativamente ai fatti di cui è venuto a conoscenza negli anni in cui è stato direttore dell’ufficio detenuti del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), dal 2002 al 2011. Vicende che Ardita ha già raccontato in un libro pubblicato nell’autunno del 2011, “Ricatto allo Stato” edito da Sperling & Kupfer.

Ma andiamo per gradi. Iniziamo da Mannino.

Dall’ex ministro, nell’impostazione accusatoria del pool che si occupa della trattativa (l’aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene), sarebbe partito input iniziale agli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, attuali imputati, di cercare Vito Ciancimino e, tramite lui, intavolare una trattativa che gli salvasse la vita. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, secondo diversi testimoni, Mannino avrebbe manifestato il timore di essere «il prossimo» e in effetti, gli stessi servizi segreti avevano redatto delle informative in cui ipotizzavano che diversi esponenti politici di maggioranza (Dc, Pdi e Psdi) ritenuti, a torto o a ragione, «traditori» da Cosa Nostra potessero essere assassinati: Mannino era uno di questi. Il “pentito” Giovanni Brusca ha riferito ai magistrati di avere avuto mandato da Totò Riina di «istruire la pratica Mannino» ma che dopo la strage di Capaci fu fermato e dirottato su Pietro Grasso, l’attuale presidente del Senato, allora magistrato. Inoltre, nelle agende sequestrate nel dicembre del 1992 all’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada, poi condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, sono stati trovati appunti su incontri fra lo stesso Contrada, il generale Subranni e Mannino; l’ex 007 ha ammesso di essere stato contattato dall’uomo politico, in seguito a minacce non denunciate alla magistratura, ma ha negato di sapere di trattative fra apparati dello Stato e i boss.

Mentre il Pm Roberto Tartaglia chiedeva la condanna di Mannino a nove anni di carcere, in Corte d’assise testimoniava Sebastiano Ardita. Il procuratore aggiunto di Messina è stato sentito su un’altra fase della trattativa, che secondo la Procura di Palermo avrebbe avuto tre momenti principali: il primo, subito dopo la strage di Capaci, con protagonisti i Ros, Vito Ciancimino e Riina, con tanto di papello di richieste allo Stato; il secondo, per ammorbidire il regime carcerario del 41 bis cui sono stati ristretti i mafiosi dopo la strage di via D’Amelio; il terzo, con l’entrata in scena del forzista Marcello Dell’Utri al posto di Ciancimino, finalizzato a nuove alleanze politiche di Cosa Nostra, che doveva sostituire i vecchi referenti della Prima Repubblica. Ardita ha testimoniato sulla seconda fase, quella in cui non vennero prorogati 334 decreti di 41 bis a carico di altrettanti carcerati affiliati alle diverse mafie meridionali.

L’ex direttore dell’ufficio detenuti del Dap ha raccontato di avere iniziato ad occuparsi della vicenda nel 2002, quando fu contattato dal magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi (morto improvvisamente l’anno successivo), il Pm che nel capoluogo toscano aveva istruito i processi per le stragi del 1993 di Firenze, Roma e Milano, il primo magistrato a tentare di ricostruire la vicenda del mancato rinnovo dei 41 bis. Morto lui, per anni non se ne occupò più nessuno. Finché le dichiarazioni di Massimo Ciancimino (anch’egli imputato nel processo in Corte d’assise, per concorso in associazione mafiosa e calunnia) non risvegliarono la memoria di tanti esponenti delle istituzioni che, fino al 2009, avevano taciuto.

Ardita è stato anche sentito sull’«operazione Farfalla», il protocollo segreto e illegale del 2004 tra il Sisde, allora diretto dal generale Mori, e il Dap, diretto da Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta e attuale procuratore generale a Catania. L’accordo – di cui Ardita è venuto a conoscenza nel 2007, in seguito a un’inchiesta della Procura di Roma – prevedeva che i Servizi potessero incontrare riservatamente mafiosi ristretti al 41 bis e acquisire informazioni, una pratica espressamente vietata dalla legge, ma che non aveva impedito al Sisde di Mori di individuare otto boss disposti a “collaborare” in cambio di denaro. Un documento, quello fra Sisde e Dap, «che certamente non era presente nel mio ufficio», ha dichiarato Ardita, che era stato tenuto all’oscuro dell’accordo illegale, «della cui esistenza ho appreso quando mi è stato esibito dai magistrati della Procura di Roma», nell’ambito di un procedimento a carico di Salvatore Leopardi, direttore dell’ufficio ispettivo del Dap e fedelissimo di Tinebra, col quale era già stato alla Procura di Caltanissetta.

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Redazione

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