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Tra dispute legali il vero De Simone è a Catania

La fabbrica De Simone è a Catania sotto la guida dei Vanadia

L’eredità del famoso ceramista Giovanni De Simone, l’allievo palermitano di Picasso, ora continua a Catania.

Circa 10 anni fa la famiglia catanese Vanadia viene a sapere dell’avvenuto fallimento dell’azienda fondata dall’artista palermitano. Tra il 2007 e il 2008 Giovanni De Simone era già morto da più di un decennio. I Vanadia tentarono di partecipare al bando per aggiudicarsi il marchio unitamente agli altri beni inseriti nei vari lotti del fallimento. Prima acquistarono il marchio, poi, aquisirono forni, varie attrezzature e 4.000 tra forme e stampi per lavorare la ceramica»

l’antico forno di Giovanni De Simone con cui viene fissato il colore alle ceramiche

Giorgio Vanadia racconta «Nel periodo di massimo splendore – mi dicono gli artisti che furono dipendenti di Giovanni De Simone e che ora lavorono per me – erano attivi 4 stabilimenti con oltre 350 maestranze impiegate». Le cose andarono benissimo fino a quando l’artista seguì direttamente la produzione. Nella parte finale della sua vita invece cominciò ad allontanarsi da Palermo vivendo tra Madrid e New York.

I Vanadia avviarono la produzione a Palermo assorbendo tutti i lavoratori della vecchia azienda.
«Per seguire l’attività in prima persona, nei primi 7 anni, abbiamo fatto grossi sforzi io e miei genitori facendo la spola, alternandoci tra Catania e Palermo – racconta ancora Giorgio Vanadia che è commercialista, mentre il padre e la madre sono rispettivamente avvocato e professoressa di scuola in pensione.

Le battaglie legali

Nel frattempo fallì una delle figlie di Giovanni quindi venne ingaggiata una battaglia legale. Secondo i De Simone, seppure i Vanadia fossero titolari del marchio mancava loro il diritto d’autore necessario per avviare la produzione delle ceramiche. Un lunga disputa da tribunale che ha visto uscire vincitori su tutta la linea la famiglia catanese.
«Avevamo il marchio e gli stampi, certamente non avremmo prodotto ghiaccioli – afferma ancora Giorgio Vanadia – abbiamo avuto ragione anche perchè le nostre ceramiche, in quanto artigianali, risultano di volta in volta diverse. I disegni sono fatti a mano libera quindi non c’è alcuna riproduzione.

Quando la figlia di De Simone cominciò a firmare i manufatti De Simone furono i Vanadia a trascinare l’erede in tribunale. «De Simone è il cuore del marchio ceramiche De Simone – spiega Giorgio – io, essendone titolare, posso scrivere De Simone o Ceramiche De Simone. Susanna De Simone invece è tenuta a usare il suo nome e cognome per firmare i pezzi». Così la produzione della figlia prende il nome “la fabbbrica della ceramica di Susanna De Simone».

Il trasferimento a Catania

La fabbrica a Catania, in via Messina, di Ceramiche De Simone

Per 7 lunghi Ceramiche De Simone ha prodotto a Palermo in uno stabilimento di Brancaccio. Una zona difficile che non permetteva neanche di ricevere clienti in fabbrica. L’affittto era altissimo, 60.000 euro l’anno per una azienda artigianale che stava uscendo da un fallimento e che doveva riprendersi tra le controversie legali. Quando si è presentata l’opportunità di trasferirsi a Catania e di acquistare un immobile ad Ognina in via Messina, i Vanadia l’hanno colta al volo.

In fabbrica sono impiegate circa 16 maestraenze mentre altri 15 dipendenti sono presenti nei negozi gestiti direttamente dal marchio. L’azienda catanese produce per 80 punti vendita sparsi in tutto il mondo: Italia, Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Cina e Australia. Il primo cliente per fatturato è Rinascente Italia con cui Giorgio Vanadia ha stretto un accordo. Presente in tutte le Rinascenti, nel settore tavola e cucina, De Simone è il secondo marchio più venduto dopo Villeroy & Boch.

La terza fabbrica concorrente

«Quando ci siamo trasferiti a Catania proposi a tutti i dipendenti di venire, offrendo la migliori condizioni» spiega Vanadia. Ai lavoratori vennero offerti aiuti logistici, furono proposti incentivi sulle abitazioni e soluzioni per le scuole dei figli. Molti di loro accettarono, alcuni decisero di mettersi in proprio. Venne costituita una cooperativa che ancora oggi riproduce i manufatti del marchio e che si firma Ceramiche di Sicilia «giocano sull’equivoco e spesso dei clienti ci hanno riferito che Ceramiche di Sicilia diffonde la notizia che la fabbrica De Simone è fallita».

«Nel momento in cui eravamo fermi con la produzione, durante il trasferimento, contattarono tutti i nostri clienti» ricorda Giorgio Vanadia. Venne perso un acquirente importante come il Giappone con cui si intrattenevano rapporti sistematici ma soltanto telematici.

Oltre la ceramica la sperimentazione su altri supporti

Nel catalogo De Simone sono presenti oltre 4.500 articoli, ciacuno di essi viene disegnato a mano e per questo ogni pezzo risulta unico. La produzione della ceramica viene realizzata al 90% in fabbrica, sono esclusi i grandi formati. I manufatti completi con i decori esprimono appieno l’identità siciliana, non solo espressione di puro artigianato isolano, raccontano storie legate alla terra dove vengono creati. Le ceramiche narrano fatti di vita quotidiana ambientati in Sicilia dove il senso degli affetti, nelle campagne o a mare, è forte.

Si guarda anche al futuro e quindi alla sperimentazione su nuovi supporti, in cui Ceramiche De Simone fornirà il disegno che potrà essere stampato su plastica, tessuti e quant’altro; fuori – è chiaro – in questo caso dalle logiche del “fatto a mano”. «Stiamo affiancando una nuova linea prodotta con il marchio De Simone Home dedicato agli accessori per la casa» spiega Giorgio Vanadia. I primi passi si muovono sul tessile con tovaglie, tende, presine, guantoni, lenzuola, accapatoi ecc. ecc.

Si guarda anche alle collaborazioni con altre aziende siciliane, sempre con l’idea di sperimentare su altri supporti, si chiudono accordi commerciali sul packaging di una pasta mentre altri già in essere sono con Caffè Torrisi o con Condorelli, realtà che come De Simone Ceramiche esprimono una forte identità siciliana.

Zero aiuti dalle istituzioniper le aziende siciliane

«Mi ripropongo di andare in Giappone per esporre e partecipare ad una fiera – dichiara Vanadia in riferimento a quel cliente importante  perso durante il trasferimento – I costi per una operazione del genere sono veramente alti e in questo senso la politica non ci aiuta per niente».È lecito chiedersi come si dovrebbe esportare la produzione tipica siciliana, il nome e l’identità dell’isola se le istituzioni non ci mettono i mezzi.

«Aiuti istituzionali pochi o nulli. In Sicilia c’è la cultura della “non impresa”. Se sei imprenditore automaticamente vieni collocato tra i cattivi. Eppure siamo noi che spingiamo l’economia e alimentiamo il lavoro. Se domani chiudo 30 famiglie non mangiano più» si lascia andare in uno sfogo ancora Giorgio Vanadia.

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Fabiola Foti

36 anni, mamma di Adriano e Alessandro. Giornalista da 18 anni, può testimoniare il passaggio dell'informazione dal cartaceo al web e, in televisione, dall'analogico al digitale. Esperta in montaggio audio-video e in social, amante delle nuove tecnologie è convinta che il web, più che la fine dell'informazione come affermano i "giornalisti matusa", rappresenti una nuova frontiera da superare. Laureata in scienze giuridiche a Catania ha presentato una tesi in Diritto Ecclesiastico. Ha lavorato per: TRA, Rei Tv, Video Mediterraneo, TeleJonica, TirrenoSat, Giornale di Sicilia. Regista e conduttrice del format tv di approfondimento Viaggio Nella Realtà. Direttore di SudPress per due anni. Già responsabile Ufficio Stampa per Società degli Interporti Siciliani e Iterporti Italiani. Già responsabile Comunicazione e Social per due partiti. Attualmente addetto stampa del NurSind Catania, sindacato delle professioni infermieristiche. Fondatore della testata online L'Urlo.

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