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Terremotati Santo Stefano: “Noi, dimenticati da tutti”

L'inchiesta. In quali condizioni versano i cittadini residenti nelle zone colpite dal sisma del 26 dicembre?

I terremotati di Santo Stefano sono esasperati. La loro vita è finita ingoiata tra le macerie delle loro case.

A distanza di otto mesi dal catastrofico evento sismico che ha interessato diversi comuni in provincia di Catania e frazioni di Acireale, molti dei terremotati alloggiano ancora nelle strutture alberghiere messe a disposizione dalla Regione. Altri, sono ricorsi al CAS. Le loro case sono inagibili e chiuse dai sigilli. La viabilità necessita manutenzione per il ripristino, e le attività produttive boccheggiano in uno stato di profonda crisi.

Terremotati di Santo Stefano: «Da quella notte abbiamo smesso di vivere»

Alle 3:18 del mattino, una prima scossa di magnitudo 4.8 accompagnata da sciame sismico prepotente ha rotto il sonno degli abitanti di Fleri, Zafferana Etnea, Santa Venerina, Pennisi, Santa Maria La Stella, Trecastagni, Aci Bonaccorsi e Aci Catena nella fredda notte di Santo Stefano.

In fretta e furia gli abitanti hanno lasciato le loro abitazioni per correre ai ripari e mettersi in salvo. Qualcuno è riuscito a portare via qualche coperta e gli abiti più pesanti. Qualcun altro ha visto risucchiare la propria casa inerme difronte alla catastrofe che si consumava sotto ai propri occhi. Panico, disperazione e l’incertezza di quello che sarebbe avvenuto nel loro imminente futuro.

Nei giorni successivi, non tutti hanno chiesto immediato ricovero. C’era chi dormiva in macchina per il timore che qualche sciacallo potesse impadronirsi dei suoi beni. Altri si sono arrangiati per come meglio hanno potuto nell’attesa di un’adeguata sistemazione.

Un’agonia che perdura dalla notte di Santo Stefano

Sballottolati in principio da una parte all’altra, alla fine si sono trovati a Zafferana, sotto il tetto dell’Hotel Primavera dell’Etna, il signor Carmelo Spina, il prof. Vito Mario Zappalà e il musicista e compositore Peppe Giuffrida insieme ad altri 170 terremotati. E sono diventati tutti una grande famiglia che si fa forza e si da coraggio.

«In un momento del genere la fragilità la vedi, la senti, la tocchi con mano. Quanto siamo piccoli rispetto al “tutto”», ammette Giuffrida. «Ma questo ci fa sentire al tempo stesso forti. Questa fragilità, tutta insieme, ci da forza».

La forza tuttavia non basta. Vivere in questi alberghi può sembrare una soluzione felice, quasi vacanziera, ma non lo è affatto. Le regole dettate per il quieto vivere e la pacifica convivenza nelle piccole cose, alterano l’indipendenza degli sfollati alloggiati nelle strutture ricettive. Apparenti banalità che a lungo andare aggravano le condizioni di malessere psicologico di chi ha già subito il trauma della perdita, ma anche dell’ordinaria economia quotidiana che ha visto incrementare le uscite in modo considerevole ed esponenziale.

«Dobbiamo dire grazie al Governo che ci mantiene in questo albergo», riconosce il signor Spina. «Però per noi è un disagio perché noi qui non viviamo».

«Io e la mia famiglia viviamo qua da otto mesi. Siamo quattro persone. Allo Stato siamo costati 60.000 euro. Io con questi soldi avrei potuto aggiustare casa mia», fa notare il prof. Zappalà.

La denuncia: gravi ritardi con il rimborso del CAS per i terremotati nelle case in affitto

Il signor Enrico Lucca torna tutti i giorni in quel che resta di casa sua a Pennisi per dare da mangiare ai suoi cani. Adesso vive in affitto con la sua famiglia, ma è dovuto ricorre al CAS che però è indietro con i rimborsi dal mese di maggio.

«Non abbiamo certezze di tempi, finanziamenti e di informazioni che siano realmente attendibili», lamenta Lucca. «E siamo totalmente fermi con l’aggravante che per chi come noi usufruisce del CAS abbiamo notevoli ritardi e dobbiamo anticipare di tasca nostra queste somme».

Ma chi ha manifestato interesse per i terremotati di Santo Stefano? «A parte il sindaco (Stefano Alì, n.d.r.), nessuno. È venuto una volta il sottosegretario Vito Crimi un paio di mesi fa che ha dato la sua massima disponibilità. Però – incalza Lucca – attualmente non abbiamo nessun riscontro in termini di soldi o di altre disposizioni».

Persa la quotidianità e la serenità economica, a risentirne sono anche le attività produttive

«Semplici cose quotidiane come andare a comprare il pane o fare compere sono diventate difficili», racconta Giulia Fresta alle prese con la macchinetta del caffè nel suo bar. «Non c’è più il panificio che era a Fleri, non c’è più la bottega…»

«A Fleri – spiega Giulia Fresta – è stata riaperta la strada in un unico senso di marcia solo un mese fa. La viabilità è stata notevolmente compromessa quindi molti turisti, anziché venire qua preferiscono spostarsi in altre mete, sempre ai piedi dell’Etna, ma al versante opposto».

 

(Continua…)

Testo: Debora Borgese
Foto – riprese – montaggio: Salvatore Giuffrida

 

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Redazione

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