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Teatro Stabile, Caruso: «In Italia la legge è uguale per tutti. La giustizia no»

«Ci sarà pure “un giudice a Berlino” a Catania», ironizza l’attore Pino Caruso, commentando la sentenza con la quale il Tribunale di Catania l’ha condannato al pagamento di 10 mila euro più le spese legali per il reato di diffamazione a mezzo stampa ai danni del direttore del Teatro Stabile di Catania, Giuseppe Dipasquale.

La vicenda inizia nel gennaio 2011. Nello Stabile di Catania sono in corso le prove dello spettacolo “Il berretto a sonagli” di Pirandello che di lì a breve sarà portato in tournée nei teatri di tutta Italia. Sebbene lo spettacolo sia coprodotto dallo Stabile di Catania di concerto con il teatro Biondo di Palermo e diretto dallo stesso Dipasquale, l’attore denuncia in varie lettere diffuse sui giornali una «latitanza permanente di interlocuzione tra il Teatro, il suo responsabile e gli scritturati» i quali – secondo Caruso – non sarebbero stati in alcun modo informati «che il Teatro di Catania non sarebbe stato in grado di pagarli». Dipasquale – stando alla ricostruzione dell’attore siciliano – non avrebbe informato gli attori della compagnia «come sarebbe suo dovere e loro diritto». Gli attori della compagnia verranno, infatti, pagati solo diversi mesi dopo.

Nel marzo 2012, il direttore dello Stabile cita l’attore per diffamazione a mezzo stampa e chiede un risarcimento di 100 mila euro, la sentenza arriva lo scorso 10 febbraio: il giudice Nicolò Crascì condanna l’attore al pagamento di 10 mila euro perché, si legge nella sentenza «le sue critiche erano fondate su circostanze non vere e prive comunque di alcun reale interesse per l’opinione pubblica».

«In Italia la legge è uguale per tutti. La giustizia no», replica l’attore con un aforisma. «Ho già fatto ricorso in appello e scriverò al Presidente della Repubblica o a un’istituzione europea se necessario. È una sentenza ingiusta che capovolge il diritto di libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione e viola anche l’articolo 1 dello statuto dei lavoratori che sancisce la libertà del lavoratore di criticare il datore di lavoro. Io avverto tutti i giornalisti e i critici teatrali: non scrivano più che un attore è inadeguato o un giocatore non è capace perché rischiano la denuncia». Del resto, aggiunge Caruso «che motivo avevo io di attaccare il direttore di un teatro che per me è fonte di lavoro? Evidentemente in me ha prevalso l’indignazione».

Affida ancora ad un aforisma tratto dal suo libro “Appartengo a una generazione che deve ancora nascere” (edito da Rai-Eri) – la cui prima edizione è andata esaurita e che sarà tradotto in francese dallo stesso editore che ha tradotto Sciascia – anche il commento sulla situazione del teatro e della cultura in Italia e in particolare nella sua terra: «L’Italia è stata divisa quando l’hanno unità. L’Italia è stata distrutta quando l’hanno ricostruita. La cultura – conclude – è il nostro petrolio, ma per saperlo bisogna andare a teatro e leggere libri, perché la vita la si impara leggendo».

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Redazione

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