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“Te voglio bene e t’odio, nun te pozzo scurdà”. Quanto è strana l’ambivalenza!

Si può volere qualcosa e il suo contrario?

“Te voglio bene e t’odio, nun te pozzo scurdà” scrive Totò in Malafemmina. “Odi et amo”scrive il poeta latino Catullo nel primo secolo avanti Cristo. E ancora da prima,  Anacreonte, nel quinto secolo avanti Cristo scrive “amo e non amo, sono pazzo e non sono pazzo”. E, ci scommetto, ancora da prima. A volte vogliamo qualcosa, ma anche il suo contrario. Si chiama “ambivalenza”.

Cos’è l’ambivalenza?

Il termine unisce le parole latine “ambi” (entrambi) e “valentia” (forza), significa cioè sentirsi attratti da due parti contrapposte.

Nutriamo sentimenti ambivalenti non solo in campo amoroso. A volte può accadere di navigare tra amore e avversione anche nei confronti di una fetta di tiramisù ipercalorica o di un bauletto Louis Vuittoin o un partito politico.

È un sentimento strano e destabilizzante. L’abbiamo provato tutti, magari senza sapere come definirlo. Fa parte della vita e della comune esperienza emotiva e psichica sin dalla notte dei tempi. La prima a provare sentimenti ambivalenti fu Eva. Nei confronti di una mela.

Tra attrazione e repulsione i nostri comportamenti diventano meno prevedibili e più contraddittori. Succede spesso. A tutti. In modo diverso con il glaciale distacco dell’inevitabilità. Questo forse non è altro che la libertà di essere noi stessi. Un privilegio. Un’arma. Una bella responsabilità.

Poiché spesso le cose non sono solo o bianche o nere, è facile trovarsi in situazioni che sono in sé ambivalenti per complessità e quantità di implicazioni, o perché mettono in gioco differenti ordini di valori. E forse, se imparassimo ad ascoltarci e ad osservarci meglio, riusciremmo anche a capire che  i valori fluttuano nel tempo e molto rapidamente.

Le situazioni ambivalenti hanno un aspetto positivo non indifferente: ci obbligano a compiere una ginnastica mentale e ci incoraggiano a sviluppare una più profonda comprensione della realtà, delle alternative possibili e di noi stessi.

La molteplicità è il nostro lato migliore in quanto creature interessanti e poliformi.

Viviamo delle nostre sconfitte e delle nostre vittorie, per questo siamo esseri ambivalenti. Bellezza e rughe d’espressione. I nostri sogni più belli e i nostri incubi peggiori. Siamo le nostre luci e le nostre ombre. L’identità del nostro ‘io’ è un caleidoscopio che andrebbe ruotato più spesso per apprezzarne la varietà di forme e colori. L’ambivalenza, in fondo, rende giustizia alla nostra infinitezza.

Quanto a Catullo e Totò mi piace pensare che la loro sia stata una falsa ambivalenza, perché una persona innamorata anche quando dice “ti odio” sta ripetendo “ti amo”.

 

(Foto in evidenza: dal web)

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