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Strage di via D’Amelio, Addiopizzo ricorda le vittime della mafia

Un mazzo di fiori sotto la gigantografia dipinta su uno dei muri di cinta del carcere di piazza Lanza e una serie di interventi a ricordare lui, ma anche le altre vittime di mafia immortalate su un lato del perimetro della casa circondariale catanese. L’anniversario della strage di via D’Amelio, dove morirono Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, è stato ricordato anche a Catania.

Addiopizzo, attraverso le parole dei ragazzi delle case famiglia “Papa Giovanni XXIII” e “Arcobaleno”, i ragazzi della “Comunità Sentiero Speranza-Cenacolo Cristo Re” ed alcuni studenti del liceo classico “Gulli e Pennisi”di Acireale, ha ricordato la storia del giudice Borsellino e tutte le altre vittime di mafia raffigurate su quel murales su muro di piazza Lanza. Una cerimonia semplice, alla presenza di rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, con il sostituto procuratore Pasquale Pacifico e il collega Marco Bisogni: per il comune di Catania è arrivato l’assessore comunale Rosario D’Agata.

Chiara Barone, presidente di Addiopizzo Catania, ha dato l’avvio all’iniziativa, ricordando il lavoro quotidiano dell’associazione. Poi sul palco, davanti alla scuola “Majorana” di via Cesare Beccaria, si sono susseguiti ragazzi e studenti che hanno letto brani di articoli che ha ricordato le vittime della mafia immortalate sul murales di piazza lanza. Successivamente, Chiara Barone ha accompagnato un bambino a deporre un mazzo di fiori sotto la gigantografia di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta.

”Quando Addiopizzo Catania ha deciso di realizzare quei murales -si legge in una nota di Addiopizzo Catania -l’ha fatto con l’intento di rendere ancor più indelebile la memoria di quanti hanno creduto che questa terra meritasse qualcosa di più, qualcosa di meglio. Quei murales potevano servire ai “grandi” a raccontare ai più giovani quelle storie, quei sacrifici. Domenica, saranno invece i ragazzi, a spiegare ai “grandi” il significato di quelle storie. Invitiamo i cittadini, le associazioni, le famiglie, le istituzioni, a dedicare un momento al ricordo. Ricordare è difficile e non è affatto sufficiente, ma è necessario. Non priviamoci del ricordo”.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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