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Sondaggi ed opinione pubblica. Dialogo con Roberto Baldassari, Presidente Istituto Piepoli

Nel mare magnum indistinto delle voci e delle opinioni che si sviluppano all’interno della nostra rete sociale offline e ai media mainstream e digitali il sondaggio può offrire un campione valido per testare il sentimento e l’umore dell’opinione pubblica su un determinato argomento. Dal momento della pubblicazione delle prime rilevazioni condotte da George Gallup negli anni Trenta negli Stati Uniti, il sondaggio rappresenta una componente quasi indispensabile del mondo dell’informazione e frequentemente utilizzato in politica.

Secondo Grossman “I sondaggi assicurano un elettrocardiogramma permanente del corpo elettorale” e a parere del Presidente dell’Istituto Piepoli Roberto Baldassari “è vero nella misura in cui vengono utilizzati secondo una metodologia scientifica, anche se nel corso di una campagna elettorale –prosegue- un sondaggio può influenzare soprattutto gli indecisi e creare un effetto di scelta delle opinioni e indirizzarsi verso il candidato più forte”. Quello che, in altri termini, in comunicazione politica viene definitivo “Bandwagon effect” o comunemente in italiano “salire sul carro del vincitore” espressione che spesso si è sentita dire, o si è letta, da quando Matteo Renzi ha iniziato la sua ascesa verso una leadership, che al momento, appare essere abbastanza forte e intaccabile.

A proposito del Premier, Baldassari lo definisce un disintermediatore che, però, non ha ancora chiaro il suo target di riferimento in virtù degli esiti delle elezioni da lui affrontate in qualità di segretario nazionale del PD e Presidente del Consiglio, ovvero le europee dello scorso anno e le recenti elezioni amministrative (elezioni che non vanno confuse e comparate fra di loro). Durante questo arco di tempo, in termini percentuali, il gradimento nei confronti del segretario-premier sembra essere sceso. Forse come l’entusiasmo. Ma cosa ha avvertito l’opinione pubblica? Probabilmente secondo il Presidente dell’Istituto Piepoli “Il sistema non cambia in un giorno. Non si può chiudere un rubinetto da un giorno all’altro”. E il nocciolo della questione pare rilevarsi in un’assenza di progetto e una visione unitaria da presentare e soprattutto a chi presentarlo (a quali elettori rivolgersi), pertanto  “spesso non so neanche che domande sottoporre agli intervistati”. Il pubblico si frammenta oggi in tanti pubblici a seguito della crisi dei partiti politici e la conseguente personalizzazione della politica.

Riguardo opinione pubblica e media, l’agenda imposta dalla sovraesposizione mediatica di alcune tematiche come ad esempio l’immigrazione, le pensioni, o la crisi conduce lo spettatore a considerare quelle notizie come più importanti, magari a scapito di altre, e per questo motivo secondo le rilevazioni questi temi vengono più letti e magari più discussi, come dimostrano i risultati settimanali dell’Istituto di ricerca.

Perché i sondaggi sono divenuti parte integrante del sistema politico e mediatico? La prima ragione risiede nel fatto che l’esito delle rilevazione diviene automaticamente qualcosa di notiziabile. Per la politica, invece, può rappresentare un test dal quale partire, o continuare, per l’elaborazione il mantenimento o il cambiamento di certe azioni.

Da valutare sempre con le dovute riserve, infine, il sondaggio sembra considerato termometro della democrazia che, come abbiamo modo di vedere in tv o leggere sui giornali, sembra palesare conflitti fra interessi diversi, anche se – chiosa Baldasssari- spesso gli italiani si risvegliano e si fanno sentire solo davanti le emergenze.

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