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Social Network. Se non ti lecchi le dita godi solo a metà

Social Network. Sembra che oggi farsi un selfie, fotografare cosa mangiamo o mentre ci alleniamo, stia diventando l’unico modo per tenerci in contatto con il resto del mondo. Per tale ragione, apparire al meglio diventa fondamentale. Sui diversi social appaiono sempre più foto e video in cui i selfie vengono svelati come delle belle alterazioni della realtà.

C’è divario tra quello che siamo e l’immagine che diamo di noi sui social network?

Molti psicologi e sociologi hanno risposto a tale domanda, affermando: “si c’è differenza”.
Il motivo è semplice. Tutti noi abbiamo la tendenza a voler fare una bella impressione. Contrariamente a quello che si possa pensare, questi studi non sono recenti. Risalgono infatti a quando non c’erano ancora lo smartphone e i diversi social network.

Oggi che la società è cambiata il divario è più profondo. Difatti, il sociologo Zygmunt Bauman definisce l’attuale società come una “società online”, concentrata sulle tastiere, sui likes e sui followers: tutti modi di tenerci virtualmente vicino agli altri, ma al tempo stesso a una distanza di “sicurezza”.

Siamo pieni di amici virtuali, ma nella realtà, quando siamo offline, le nostre amicizie sono soddisfacenti? Siamo felici davvero?

Il mondo virtuale, il mondo dei social network, ha la capacità di darci una soddisfazione immediata grazie alla quantità dei likes ricevuti, che però lascia, come effetto collaterale, un senso di solitudine e di insoddisfazione. Tutto questo perché abbiamo bisogno di una reale compagnia umana poiché nessuno è mai abbastanza vicino da poterci comprendere o da poter intuire il nostro stato d’animo. Ma per arrivare a tale livello di conoscenza dobbiamo farci toccare dall’altro, guardarci negli occhi e rischiare di essere di essere feriti e anche di ferire.

Tutto questo perché la relazione a distanza di “sicurezza” non è sempre una relazione duratura in quanto l’altro percepisce la parte più superficiale della nostra personalità, quello che scegliamo di condividere con un click. È come se non ci fidassimo dei nostri amici e tale dinamica non ci permette di farci conoscere per quello che siamo.

Ci barrichiamo insomma dietro apparenze perdendo il meglio dei rapporti interpersonali.

Una relazione soddisfacente è fatta da momenti condivisi non al o dal cellulare, bensì nella realtà, in scambi di opinioni e anche litigi che permettono a questo legame, che può essere di amicizia o amore, di crescere e rinforzarsi senza scappatoie. Ciò significa avere e prendersi tutta la responsabilità di una relazione vera reale fatta di difficoltà e compromessi. Solo una volta che questi saranno affrontati si potrà raggiungere la soddisfazione di aver costruito un legame con l’altro che ti conosce e ti accetta per quello che siamo.

Anche Umberto Eco, in uno dei suoi saggi, scrisse che la condizione fondamentale dell’essere umano è il rapporto con l’altro. Mediante il suo sguardo possiamo comprendere chi siamo e, se vogliamo o sarà il caso, discostarci da quella opinione.

Invece oggi, siamo sempre più incapaci di parlare in maniere autentica con l’altro, metterci in gioco accettando per prima cosa noi stessi per quello che siamo.

Perché apparire è più semplice.

“Essere ciò che veramente si è” (Carl Rogers). Concetto semplice, ma difficile da mettere in pratica, è direttamente collegato all’essere capaci di accettare sé stessi.

Per fare un esempio, Einstein non si preoccupò molto di cosa un buon fisico dovesse pensare. Non si arrese, non si fece scoraggiare. È stato semplicemente sé stesso. Si preoccupò solo di pensare e di comportarsi nel modo più vero e profondo possibile, dimostrando che pensare fuori dai canoni rigidi imposti dagli altri, può portare a risultati eccezionali.

Fenomeni del genere non si riferiscono solo ai geni o artisti. Tutti possiamo essere quello che veramente siamo con ottimi risultati.

Essere ciò che veramente si è parte da un principio fondamentale. Accettare quello che siamo perché “solo se accettiamo noi stessi per quello che siamo abbiamo la possibilità di cambiare”, afferma Rogers.
Dopo di che, accettare l’altro per quello che è, sarà per noi più semplice.
Tale processo ci consentirà di vivere delle relazioni autentiche che siano fonte di fiducia verso noi stessi e gli altri. E anche di vivere più pienamente la vita.

Citando una famosa pubblicità, la vita è “come mangiare un pacco di Fonzies: se non ti lecchi le dita godi solo a metà”. Nel senso che, se non ti accetti per quello che sei, ti perderai la felicità di essere e di provare tutte le emozioni al massimo del potenziale.

Tra l’altro, essere quello che veramente siamo, accettarci e mostrarci senza filtri, ci rende liberi.

Possiamo avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità, perché abbiamo la capacità di cambiare, evolvere e imparare delle esperienze fatte.
Un fallimento non è solo un fallimento, bensì è una possibilità per migliorare. Siamo delle fenici che risorgono dalle ceneri e lo possiamo fare quante volte vorremo farlo. Questa resurrezione però ha un prezzo. Ovvero, metterci in gioco, rischiare e alzare la testa dal cellulare, da una vita social, e vivere per la maggior parte del nostro tempo off line. Essere fuori a vivere!

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