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Size 46. La band di strada accattivante e ironica

Quattro sax, una tromba, un trombone e un rullante. Parliamo di Size 46, la street band catanese che si definisce “un felice mix tra una Marchin’ Band in puro stile New Orleans e una allegra banda di paese”.

Quando e come è nata la street band Size 46?

«La band ha origine nei primi anni ’90. L’ispirazione mi è venuta ad un festival di musica leggera a Marsala in cui vidi per la prima volta la Dixieland Jazz Parade e rimasi folgorato dalla formula della street band. Da questo nasce il desiderio di creare una street band a Catania, che ha cambiato nome un paio di volte finché traendo spunto da uno scherzo sulla taglia 46 (che nessuno della band porta) siamo arrivati a Size 46, indicando il tono scherzoso che la band vuole avere». 

Vi definite infatti sul web una band accattivante e ironica. 

«Sì, abbiamo preso i contenuti delle jazz band di New Orleans in cui c’era un po’ di tutto, soprattutto molta ironia. Parliamo infatti di persone che vivevano situazioni storico-sociali difficili. E quindi tra ironia e sarcasmo idearono il genere jazz. Figure cardine come Sidney Bechet e Kid Ory avevano oltre una maestria dello strumento, una predilezione per l’improvvisazione e suonavano tra la gente. Possedevano una grande capacità di coinvolgere le persone e questo è proprio il nucleo della nostra band. Noi vogliamo per l’appunto accattivarci la gente suonando in mezzo a loro».

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Sul web avete sottolineato che non accettate richieste di travestimenti ai componenti della band. Vi è successo spesso di avere queste richieste?

«Ho dovuto sottolineare più volte che siamo musicisti e non animatori. Senza nulla togliere agli animatori o ai colleghi disposti a travestirsi. Personalmente abbiamo delle remore, la cosa fondamentale per noi è la musica. Se poi durante l’evento si crea una bella interazione con le persone ben venga, ma non siamo un’installazione. Ci siamo trovati in situazioni paradossali, ma nate in maniera genuina. Non si possono preordinare».

Marcello Leanza (il leader group della band) hai iniziato prima come organizzatore e dopo come musicista. Come è avvenuto il passaggio?
«Agli inizi degli anni ’80 facevo parte di un’associazione (l’ancora attiva Catania Jazz) che organizzava spettacoli. Sono stati degli anni pioneristici molto affascinanti, a quei tempi c’era una precisa domanda di musica jazz a Catania. Ma si rischiava molto economicamente: noi dovevamo anticipare i soldi dei concerti e poi la Regione ce li avrebbe rimborsati, ma spesso avvenivano ritardi e alcuni casi in cui non siamo stati assolutamente rimborsati (uno fra tutti il Comune di Mascalucia non pagò un contributo consistente e ci mandò completamente per aria)! Erano anni di grande stress, e cominciando a suonare ha preso il sopravvento la passione per lo strumento. Ormai ritengo l’esperienza di organizzatore conclusa. Credo che sia più giusto lasciare spazio ai giovani, anche se, soprattutto in Sicilia, manca questo spazio e quelli fisici che dovrebbero essere utilizzati per creare percorsi culturali. Uno spazio come Le Ciminiere dovrebbe essere sempre aperto e a disposizione di chi ha idee e progetti culturali, invece l’unica cosa interessante che fanno lì è l’Etna Comics».

 

 

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Redazione

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