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Il falso mito della Sicilia araba

Benedetto Croce: “La Sicilia Araba è un’invenzione di Michele Amari”

C’è un grande mito da sfatare. Quello della Sicilia araba. La favola tanto cara a chi non sa fare a meno del fascino dell’oriente, a chi non ama quei pochi ultimi sprazzi di spiritualità rimasti in Europa, a chi esalta un passato (ai più poco conosciuto) in nome di un meltingpot mai avvenuto, a chi snobba il millenario passato pagano e cristiano dell’isola più grande del Mediterraneo.
D’altronde quella orientalista è la stessa spinta che mosse molti annoiati aristocratici europei, tra la fine del ‘700 e tutto il 1800, verso civiltà sconosciute ed usi diversi dai costumi occidentali. Interessi talvolta scaturiti anche in approfonditi studi di filologia, linguistica, antropologia, religione e filosofia orientale ma che per lo più erano conseguenza di noia e snobbismo. Oggi, salvo qualche intellettuale degno di esser chiamato tale, l’orientalismo è solo un vezzo estetico ed artistico. Nulla più.
Il controverso monaco maltese Giuseppe Vella – grande falsario, prima cattedra di lingua araba all’Università di Palermo ed ispiratore di studiosi e romanzieri del calibro di Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia – fu il primo, a metà del 1700, a creare il mito di una Sicilia islamizzata ed arabizzata. Da li tanti studiosi. Vale certamente citare lo storico palermitano Michele Amari.
Certamente i dati storici sono incontrovertibili. Nell’827 d.C. gli arabi sbarcarono Mazara e per poco più di duecento anni (1091) dominarono quasi – quasi, Catania ad esempio, secondo molte fonti, non cadde mai sotto il dominio arabo – tutta l’isola imponendo tanto ma anche regalando innovazioni. E’ altrettanto certo che dopo la conquista normanna, essi furono prima rinchiusi in isolati “pogrom” – simili alle riserve indiane o ai ghetti ebraici – dell’epoca e poi cacciati, deportati o sterminati sistematicamente.
Moltissimi siciliani non conoscono cosa accadde in questi due secoli ma ancora oggi sbandierano fieri le loro presunte origini arabe. Per l’abbronzatura, per un sintomatico mistero o per trovare una terza via tra l’identità italiana e l’identità meridionale borbonica. Ciò non è dato saperlo. L’oriente affascina e quindi perchè non darsi un tono?
Ma è l’intensità di tale dominazione ad esser stata così enfatizzata da apparire come il più formidabile apporto culturale e genetico di cui la Sicilia abbia beneficiato. Persino come la più ovvia risposta alla domanda sulla carnagione scura di alcuni siciliani. Non è proprio così.
Il contributo genetico arabo in Sicilia, secondo gli studi più filo arabi non va oltre il 4%. La carnagione scura di alcuni siciliani è legata piuttosto ad altri fattori precedenti alla dominazione araba.
Lo studio degli aplogruppi lo conferma, in Sicilia è semmai presente molto più la componente greco-anatolica che quella araba. Sono certamente più presenti le componenti : SlavaGermanica (Longobardi, Goti, Franchi, Baiuvari, Slavi), Celtica, Ligure e Italica (Liguri, Galli, Venetici, Umbri, Osci, Siculi, Romani). I siculi, in particolare, erano un popolo italico, latino-falisco, proveniente dal Lazio.
La conquista araba fu tutt’altro che semplice ed alcune cittadine non caddero mai sotto il dominio islamico. La stragrande maggioranza dei soldati arabi non volle mischiarsi alla rozza – questa era la loro considerazione dei siciliani  – popolazione locale e ciò che rimase di quella conquista fu quasi interamente coperto da successive ripopolazioni forzate normanne, attraverso anche il trasferimento in Sicilia di molte popolazioni del nord Italia.
Nel corso dell’invasione “mora”, molti siciliani preferirono morire combattendo piuttosto che sottomettersi ai “mori”. Durante la conquista di Palermo sopravvissero 3.000 abitanti su 70.000, a Siracusa i morti furono 4.000 dopo un saccheggio ininterrotto di oltre due mesi, a Selinunte nessun sopravvissuto, Taormina fu saccheggiata, i villaggi alle falde dell’Etna furono quasi tutti distrutti, Ragusa saccheggiata e rasa quasi interamente al suolo. Tante le esecuzioni di massa.
D’altronde la successiva reconquista cristiano- normanna fu agevolata dalla popolazione e lo dimostra anche il fatto che ancora oggi, in memoria di quella liberazione, in numerose città siciliane si celebra la vittoria in guerra contro gl’islamici, come ad esempio la Madonna delle Milizie di Scicli e il Battimento di Aidone. Un successo scolpito nell’animo dei siciliani. Persino la celebre “ladata” nissena – lamento cantato durante la settimana santa e nato intorno al 1200 – è erroneamente accostato al canto (adhān) del muezzin.
Nel 1221, Federico II – celebre per aver creato un formidabile sistema di convivenza fra più religioni – decise di sedare l’ennesima rivolta delle poche isolate comunità islamiche rimaste e tollerate nell’entroterra e si pose l’obiettivo, questa volta, di “extreminare de insula Saracenos”. Obiettivo portato a termine attraverso una vera e propria pulizia etnica.
I sopravvissuti? Pochi. Quasi tutti deportati in Campania, Puglia e Calabria o scappati in Andalusia e Maghreb. Quasi nessuno riuscì a mischiarsi nella popolazione convertendosi o mimetizzandosi.

Insomma fu una travagliata occupazione militare dove i soldati, salvo qualche stupro o qualche eccezione, non osarono mischiarsi alla rozza popolazione locale. Cosa che invece avvenne in Iberia.
Una dominazione a senso unico, dove ai non musulmani fu vietato di erigere chiese, dove agli “infedeli” fu concesso di vivere ma con fortissime limitazioni ed in cambio di pesantissime tasse (la”Jizya”, la “dhimma “ e la “kharag” ) su patrimonio e sicurezza personale.
Altra prova inconfutabile di questa strenue resistenza siciliana è la scarsa considerazione politica – nell’anno 948 la parte della Sicilia posta sotto il dominio musulmano si costituì in un Emirato formalmente vincolato ai Fatimidi ma de facto indipendente con la dinastia Kalbita di ramo sciita al potere – che gl’islamici avevano della Sicilia preferendo l’Iberia o addirittura la Francia.
Certo. Notevoli furono gli apporti nell’agricoltura, qualcosa è rimasto nel dialetto, qualche intellettuale (i poeti Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān e Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs, il giurista Muhammad b. ʿAlī al-Māzarī ed il filosofo Ḥuǧǧat al-Dīn Abū ʿAbd Allāh Muḥammad b. Abī Muḥammad b. Muḥammad b. Ẓafar al-Ṣaqal su tutti) ed anche nella cucina, i siciliani risentono di qualche influenza araba ma la dominazione non entrò mai a pieno nei cuori dei siciliani.
I cognomi Badalà o Vadalà (servo di Allah) Fragalà (gioia di Allah) sono frutto di una conversione forzata, i nomi di molte città – Calatabiano, Caltabellotta, Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo, ecc, derivano il loro nome da “Kalat”, castello; Marsala, Marzameni, da “Marsha”, porto; Gibellina, Gibilmanna, Gibilrossa, da “gebel”, monte; Racalmuto, Regalbuto, da “rahal”, casale e così via – furono conseguenza a saccheggi, distruzioni e rifondazioni.
Moltissimi riti pagani e bizantini sopravvivono ancora oggi e non mancano proverbi e modi di dire dialettali contro “turchi” , “saraceni” o “arabi”, frutto di sanguinosi scontri anche dopo la conquista normanna. Frutto di una dominazione mai veramente entrata nei cuori dei siciliani.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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