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CronacheNews

Sicilia, popolo di migranti

Un quadro impietoso quello che l’associazione Migrantes ha dipinto nel suo annuale rapporto. Il conteggio dei connazionali residenti all’estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all’anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Un italiano su 12 è emigrato e la maggior parte di questi sono al Sud.  Tra le prime dieci città che hanno prodotto emigranti 7 sono del Meridione, indice che il sud rimane un serbatoio di cervelli e manodopera d’esportazione.

La Sicilia si registra terza al numero di partenze (9.823), dietro soltanto a Lombardia e Veneto. Si pensi solo a Licata e Favara, comuni in cui più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all’estero. Nell’ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all’anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo.

Chi parte, soprattutto i giovani, non trovano alcun motivo per tornare, non hanno nulla da perdere rimanendo nel paese che li ospita. A parte la famiglia, di cui si sentirà la mancanza, l’Italia non è considerata una terra per giovani: senza lavoro, senza prospettive future, senza la speranza di averne.

E in effetti, i nuovi migranti sono soprattutto ragazzi laureati, quelli che hanno investito su loro stessi per poi vedere i loro progetti crollare come carte davanti a disoccupazione, tasse e raccomandazioni. Le differenze più consistenti tra i laureati impiegati all’estero
e quelli occupati in Italia riguardano le prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), la flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e il prestigio che si riceve 12 Rapporto Italiani nel Mondo 2015 dal lavoro (7,6 contro 6,8).

«Ma soprattutto, rientrare in Italia perché?! Forse per orgoglio, non rientrerei in Italia con in mano uno stage non pagato e opportunità zero di trovare qualcos’altro finito il contratto. Non so se tornerei da mamma e papà, in un (bello ma comunque sperduto) paesino dell’Umbria in attesa che qualcosa si muova. Sì, è vero, potrei tornare e in fondo mi piacerebbe essere di nuovo a casa, riprendere la vita di tutti i giorni e godermi il sole e gli amici di sempre. Ma dopo i sacrifici fatti a livello personale, credo che io (come tanti altri) meriteremmo qualcosa di più che vuote promesse di posti di lavoro»

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