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Sicilia arrunzata e la perdita del buon senso

Dell’arte di “arrunzare” si è fatto ormai stile di vita istituzionale in Sicilia. Tutto è “arrunzato”, cioè arraffazzonato e acciabattato.

Quella linea ferroviaria che dovrebbe unire Catania e Palermo, divise ormai in tutto e per tutto, è “arrunzata”. Hanno sbandierato ai quattro venti, dopo cinquant’anni, che sarebbe stata una valida alternativa ai percorsi auto e bus che si facevano prima. L’hanno rimessa in sesto in fretta e furia, dopo il crollo del viadotto sull’A19 la scorsa primavera, solo per assicurare un minimo servizio ai Siciliani. Ma quale servizio? E quale minimo? A quali Siciliani? Oramai non è più questione di assicurare l’ordinaria amministrazione e non c’è nemmeno l’alibi di dover governare soltanto l’emergenza. Ormai è emergenza nell’emergenza. E nell’emergenza per l’emergenza – per paura di cadere nell’illegalità – si precipita rovinosamente nell’immoralità, arrivando a perdere persino il buon senso.
Quello del buon padre di famiglia, il padre siculo responsabile per definizione.

Ascoltate bene questa storiella. Ieri pomeriggio, a Palermo, quando – in assenza di una “cabina di regia” unica a cura della Protezione Civile – si era già diffusa la notizia che un’ulteriore frana sulla Palermo-Agrigento avrebbe determinato una maxi-deviazione in mezzo alle montagne della Sicilia impedendo di raggiungere Caltanissetta via bus in tempi celeri da Roccapalumba-Alia, ieri pomeriggio quando è successo tutto questo, sarebbe stato sufficiente che il ferrotramviere, il capostazione di turno a Palermo ci dirottasse tutti sul primo treno per Messina e poi per Catania, assumendosi lui la responsabilità del buon padre di famiglia di una decisione del tipo “forza carusi, partite subito con quel treno” che nessuno avrebbe contestato, rassegnati com’eravamo ad un lungo pomeriggio di peripezie. E invece no. Siccome nessuno l’ha autorizzato, lui non l’ha fatto. Era stato solo autorizzato a comunicare che Trenitalia avrebbe rimborsato il biglietto del treno a quanti ne avessero fatto richiesta. Ma non si è assunto la responsabilità di fare la cosa più giusta e più responsabile. Metterci su un treno diverso dove la sommatoria delle due tratte Palermo-Messina e Messina-Catania, entrambe in treno, sarebbe stata meno disagiata di una allucinante corsa di questo tipo: a) Palermo-Roccapalumba Alia in treno; b) sosta in aperta campagna; c) bus Roccapalumba-Caltanissetta in mezzo alle montagne (con maltempo e fulmini) con deviazione al bivio di Favara per poi rientrare sulla superstrada Ag-Cl; d) arrivo a Xirbi Caltanissetta, in aperta periferia, per poi decidere se proseguire in treno o in bus; e) dunque in bus per Catania via Enna.

A nome dei passeggeri di quel treno-bus-treno ci ho parlato io ieri sera con il capostazione di Xirbi, ancora confuso sul da farsi, dicendogli che avevamo un titolo di viaggio in mano emesso da Trenitalia che doveva assicurarci di arrivare a Catania nel tempo più veloce possibile e col mezzo più sicuro. Ha fatto un paio di telefonate (le solite autorizzazioni?) e finalmente ci ha messo sul bus e siamo tornati a Catania, via Enna.

Sette ore dopo che siamo partiti da Palermo, il tempo in pratica di un volo intercontinentale dall’Europa per la prima città dell’East Coast degli Stati Uniti. Così non si va più da nessuna parte. Così si muore lentamente, come la rana che viene fatta bollire in un’acqua che diventa via via più calda.

Così muore la Sicilia mentre, arrunzata com’è, qualcuno pensa a mettersi la brillantina in testa al mattino per sembrare meno “arrunzato” in televisione.

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