fbpx
LifeStyleMusicaNews in evidenza

Nta sta varca: gli Shakalab raccontano il dramma dei migranti

Il difficile viaggio di una barca abbandonata al mare in tempesta ed il punto di vista di un prete colluso, di uno scafista e di tanti migranti: di questo parla la canzone”Nta sta varca”,  del giovane collettivo raggae siciliano, gli Shakalab. Le drammatiche scene, a cui purtroppo siamo abituati, che ritraggono tantissimi profughi ammassati come delle bestie nei barconi che veleggiano per il mar Mediterraneo, sono incastonate in un muro di note incalzanti. Speranza e paura. Gli Shakalab scrivono su facebook « A noi piacerebbe scrivere solamente di quanto sia bello il mare e il canale di Sicilia, ma non è cosí e non lo sará mai finchè anche un solo uomo perderá la vita per attraversarlo nella speranza di una vita migliore.»

Immagini dure e denuncie velate che lasciano spazio a libere interpretazioni e ricchi spunti di riflessione. La sinuosa musicalità si fa sempre più densa; il particolare ritmo della canzone non vi lascerà per giorni. Può una canzone contemporaneamente avere un valore musicale ed artistico elevato e rilasciare come per eredità un messaggio forte e chiaro? Loro ci riescono attraverso la loro musica,  il dialetto siciliano e un video d’animazione realizzato da URKA,  giovane impegnato nella street art: « Se avessimo fatto un videoclip classico, con gli attori, avremmo rischiato di non fare arrivare il messaggio », ci dice Davide Lorrè,  uno dei quattro cantanti del gruppo.

Ma chi sono davvero gli Shakalab?  Jahmento, Lorrè, DJ Delta, Br1 e Marcolizzo, sono gli artisti che, iniziata da loro carriera come cantanti solisti, decidono di unire le forze: chi da Palermo chi da Trapani, intraprendono questo percorso insieme per pubblicare il loro primo album il 23 gennaio 2014 intitolato “Tutto sbagliato”. Musica sfumata, che tocca tantissimi generi musicali, non perdendo la propria identità raggae. Il 15 dicembre 2015, superando ogni aspettativa, esce l’album “Duepuntozero”, di cui fa parte la canzone “Nta sta varca”.

Il video musicale si apre con un uomo, presentatore di breaking news Sicilia, che annuncia la notizia di un’altra tragedia nel Mediterraneo con oltre 600 persone a bordo. In un sottofondo che sintetizza suoni afro, il battito di un tamburo ad una musicalità europea scintillante e morbida accompagnano le scene drammatiche dai colori freddi. Le immagini sono caratterizzate dal blu del mare, chiave registica del video musicale, che si riflette anche nei volti stilizzati dei migranti.

Osserviamo la scena dal punto di vista di una persona, la telecamera sbatte le palpebre e ci sentiamo anche noi dentro un barcone che oscilla tra un silenzio ed un pianto; volti impauriti, tremanti e qualcuno su alle stelle a pregare il suo santo. Suoni duri ed un testo rap che ci attanaglia.  Ed è qui che il flusso di pensieri dello scafista ci viene addosso, la rugosa ipocrisia di colui che si autodefinisce  “u cumannanti di sta schiavitù globali“.

La stanchezza si fa sentire ed il nostro protagonista, fortunato , riesce ad arrivare a terra; il primo sguardo è rivolto a li morti cummigliati di ‘n linzolu biancu. Ad accoglierlo un prete corrotto che interpella le persone affamate specificando che per lui tutti sono “numeri e soldi“. L’evidente denuncia della speculazione umana e l’attacco alla chiesa è proposta in modo sia ironico, data la caricatura dei personaggi, sia molto profondo e sottile.

E ora l’angolazione cambia, il programma cambia e ci spostiamo su un italiano, un banalissimo uomo comune che, oscurato dall’inutilità dei programmi televisivi che ogni giorno ci propinano, guarda impassibile il telegiornale mentre si passa dalla notizia del naufragio ad una di gossip. Le parole si fermano; la musica si fa più scandita. Cosa possono voler dire queste immagini? mentre noi guardiamo ciò che qualcuno vuole farci vedere, facendoci credere che sia una nostra scelta, loro sono ancora lì, in acqua, a costruirsi una tomba sul fondo del mare. E così: mentre ce ne stiamo seduti davanti al nostro televisore, succedono delle cose, che non vediamo per colpa di questa vista appannata dai programmi spazzatura. E così: un’ultima frase, e l’ultimo sguardo d’un essere umano che dice “s’anniamu a nuddu c’interessa“.

 

Mostra di più

Potrebbe interessarti anche

Back to top button