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Sergio Algozzino “Non sopporto chi dice di leggere manga senza sapere cosa voglia dire”

Reduce dal Salone del Libro di Torino, il giovane fumettista di Palermo Sergio Algozzino sta registrando un grande successo, tra cui la vendita di oltre 7000 copie della sua graphic novel dedicata al grande Faber.
Com’è stata l’esperienza al Salone del Libro?
«Sono rimasto sorpreso di come è stato gestito l’evento, non essendoci mai stato, ma nell’ultimo periodo hanno dato molto più spazio alle case editrici di fumetti. Anni fa erano ghettizzate, adesso la situazione è molto diversa. Mi auguro che sia anche per una maggiore consapevolezza dell’editoria e non solo per il fatto che i fumetti ricoprono una grossa fetta del mercato editoriale. Spesso l’editoria “alta” ha un atteggiamento altezzoso e distante dal fumetto, quando ci sono fumetti che vendono molto più dei libri. C’è una grossa attenzione mediatica adesso. I pregiudizi che c’erano prima, dovuti sia al fatto che il fumetto era visto come un prodotto per ragazzi e da vendere in edicola, lo aveva fatto considerare di minore importanza. Adesso questa discriminazione si sta attenuando».

Ballata per Fabrizio De André
Da fumettista italiano come vedi questa “venerazione” per il Giappone e fumetti e fumettisti giapponesi? Adesso sembrano tutti ossessionati da manga e anime.
«L’Italia è un paese molto esterofilo e questo approccio è la nostra rovina. Siamo stati e lo siamo ancora oggi dipendenti dagli americani. Il fascino per il Giappone deriva dall’essere un paese esotico e del tutto diverso dal nostro. Quando il fumetto giapponese è arrivato in Italia era un prodotto di nicchia, dedicato ad appassionati. Ma in tv eravamo bombardati dai cartoni animati giapponesi, più di qualunque altro paese. Neanche i giapponesi ne hanno visti così tanti. Noi italiani abbiano sempre voluto roba giapponese, io per prima. Ma per molti è solo una questione di emulazione. Prima andavano blue jeans e hamburger, adesso invece vanno ramen e sushi, però poi non mangiano il pesce. Ho quasi un’antipatia per l’atteggiamento di chi venera qualcosa senza conoscerla. Molti utilizzano la parola “manga” senza sapere cosa voglia dire. Dire “io non leggo fumetti, ma manga” è una frase di un’ignoranza abissale, perché in realtà sono la stessa identica cosa, però lo dicono per sentirsi diversi. Lo stesso discorso vale per il termine Graphic Novel, e diverse altre terminologie fortemente abusate».

Dieci giorni da Beatle
La musica fa da padrone nelle tue opere. Prima De André, poi i Beatles. Deriva semplicemente dal tuo amore per la musica o dalla volontà di mandare un certo tipo di messaggio?
«Nasce dal fatto che io m’innamoro di tutte le cose che mi piacciono e le voglio approfondire. Leggendo tanti libri di Storia della musica è nato lo spunto narrativo e la voglia di scriverci una storia. Principalmente nasce dal voler mettere insieme le due mie passioni principali e farci qualcosa, esplorando comunque altri argomenti. Non mi piace marciare su un’unica cosa e argomento».
Anche se un libro con la musica protagonista, come Ballata per Fabrizio De André, ha venduto più di 7000 copie?
Sì, anche se quello è un libro che vende bene, nonostante sia uscito nel 2008 si vende da solo. In parte il merito è del nome che ha nel titolo. Il risultato è abbastanza sorprendente, nel momento in cui dopo tanti anni continua a essere venduto. Il libro tra l’altro è stato scritto in un momento di non piena maturità artistica, è molto spontaneo ma quello che deve comunicare lo comunica».
Hai altri progetti in mente?
«Sì, sono tanti, almeno tre, ma non so in che ordine e se usciranno mai. Fare libri a fumetti è una guerra con l’editoria, con le storie e con se stessi. Ho diversi input ma magari tra un mese arriva un altroMemorie a 8 bit input che mi prende talmente tanto da lasciar perdere tutto il resto. Non avere delle scadenze editoriali crea un scompiglio emotivo, per cui il progetto a cui lavori deve prenderti totalmente. Al momento c’è una storia a cui sto lavorando sul tema dell’attesa, precisamente in una stazione palermitana, ma durante la scrittura ci sono sempre delle grandi sorprese».

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Redazione

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