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Sebastiano Mancuso: l’esistenzialità del teatro

Sebastiano Mancuso, dopo il grandissimo successo di “Che fine ha fatto Baby Jane?”, è pronto con un nuovo progetto. Ospite a “Un caffè con..” la rubrica settimanale di Alfredo Polizzano, parla del concetto di esistenzialità nel teatro, legato soprattutto alle rappresentazioni che lo vedono regista.

“Piano Piano dolce Carlotta”

“Che fine ha fatto Baby Jane” ebbe, circa l’anno scorso, un grandissimo successo anche fuori dai confini italiani: l’opera fu acclamata persino a Parigi. La sua popolarità però si lega anche alla particolarità della trama, al concetto di realtà “vera” e realtà secondo la protagonista.  Lo stesso connubio che lega “Piano Piano Dolce Carlotta”, prossimo lavoro di Sebastiano Mancuso, concepito inizialmente come sequel.

« “Piano Piano dolce Carlotta” racconta la storia di una donna che vive tra la sua realtà  e quella sociale degli anni ’60. Ci saranno anche lì delle immagini alla “Baby Jane” ma non avrà la stessa impostazione registica», racconta Mancuso.  Nella prossima fatica del regista Mancuso, infatti, il concetto di “realtà secondo la protagonista” sarà ancor più esasperato, poiché ciò che viene raccontato è in gran parte solo nelle mente di Carlotta.

Ma qual è il rapporto tra verità e teatro?

«Fondamentalmente l’esistenzialità -spiega Mancuso-. È una realtà esistenziale che va a coincidere spesso con la realtà sociale, con la realtà che vanno a vedere le persone che vivono questa esistenzialità . La chiave di regia sarà raccontare l’esistenzialità di una persona che cambia la sua vita, come la protagonista. Sarà necessario sviluppare questa chiave».

«Non  è semplice raccontare a teatro quello che realmente è un essere umano: il teatro serve a portare all’ennesima potenza la realtà sociale. Da lì parte tutta una questione di ricerca filosofica. Io credo che il teatro serva a raccontare in maniera quasi grottesca, teatrale cos’è un essere umano in un determinato contesto sociale», prosegue il regista.

La funzione sociale del teatro.

Se il teatro mira a raccontare i comportamenti dell’essere umano nella “realtà sociale”, la sua funzione all’interno della società dovrebbe essere strettamente connessa.

«Chi va a teatro, magari in maniera temporanea, qualche volta, penserà a quello che ha visto nel corso di quella rappresentazione. Questo porterà lo spettatore a ragionare e a mettersi al centro di questa vita, nella situazione in cui si trova. Il teatro serve dunque a prenderti per mano e portarti in questi intrecci un po’ particolari. Quello che conta è che io riesca a dirti delle cose e a fartele pensare in quel momento. Poi, può piacere come te l’ho detto o no. Il teatro serve a pensare», commenta Mancuso.

Il regista, inoltre, afferma di sentirsi particolarmente legato alla rappresentazione “Che fine ha fatto Baby Jane?” poiché gli ha permesso di dare libero sfogo alla sua creatività e alle sue idee.

Un caffè con Sebastiano MancusoParliamo di Teatro

Posted by L'Urlo on Friday, 23 November 2018

 

 

 

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