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Scuto: la Cassazione “Boccia” il Tribunale di Catania

Annullamento dell’impugnata ordinanza (del Tribunale del Riesame) “…con rinvio per nuovo esame al tribunale del riesame di Catania, che provvederà a colmare le evidenziate incongruenze e lacune motivazionali, attenendosi ai principi di diritto in precedenza indicati…”: anche con queste parole i giudici della quinta sezione della Corte di Cassazione hanno “rimandato” indietro la decisione del Riesame di Catania, che aveva accolto, l’11 maggio del 2016, il ricorso dell’imprenditore Sebastiano Scuto (al centro da venti anni di una complessa vicenda con l’imputazione di associazione mafiosa), dopo la sentenza della Corte di Appello di Catania (Presidente Dorotea Quartararo) che, l’8 ottobre del 2015, lo aveva condannato ad otto anni di carcere per mafia (assolvendolo dall’accusa per l’espansione commerciale nel palermitano). Non solo il collegio di secondo grado, in merito al patrimonio del fondatore del colosso della grande distribuzione a marchio “Despar”, aveva ordinato “la confisca delle quote della Società Aligrup spa fino alla concorrenza di 15 milioni di euro, disponendo la restituzione di quant’altro in sequestro agli aventi diritto”.

Con l’ordinanza del Riesame erano stati restituiti i “…beni – è scritto nella sentenza della Suprema Corte – nella titolarità dell’imputato ancora in sequestro e non confiscati con la menzionata sentenza della corte di appello”. La Cassazione ricorda che “in tal modo il tribunale del riesame riformava l’ordinanza con cui la corte di appello di Catania, in data 5.11.2015, aveva rigettato la richiesta di restituzione dei beni in questione, sul presupposto che non la definitività della sentenza di condanna di secondo grado legittima, ai sensi dell’art. 323, co. 3, c.p.p., il differimento dell’esecuzione dell’ordine di restituzione dei beni in sequestro”. Non solo, gli ermellini, con questa decisione, scrivono che “con la medesima ordinanza il tribunale del riesame rigettava, inoltre, il ricorso proposto dal procuratore generale della Repubblica presso la corte di appello di Catania avverso le ordinanze con cui la corte di appello di Catania, in data 5.11.2015 e 24.12.2015, aveva revocato i decreti di sequestro preventivo emessi dallo stesso giudice di secondo grado in data 6.5.2013 e 14.5.2013, limitatamente ai beni e quote societarie intestati a soggetti diversi dallo Stato, disponendone l’immediata restituzione agli aventi diritto”.

A questa ordinanza del Riesame (Presidente Maria Grazia Vagliasindi) aveva proposto – “…lamentando violazione di legge in quanto in mancanza di una sentenza definitiva di condanna senza confisca, non poteva essere disposta la restituzione dei beni…” – ricorso la Procura Generale, con il procuratore generale Salvatore Scalia e il sostituto procuratore generale Miriam Cantone. E la Suprema Corte ha dato ampia ragione ai ricorrenti, con una sentenza piuttosto “dura” anche nei toni. Non solo: la Procura Generale della Cassazione aveva chiesto l’accoglimento del ricorso.

“…ed invero – scrivono i giudici della quinta sezione penale della Suprema Corte – non appare revocabile in dubbio che, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, in tema di misure cautelari reali, quando sia intervenuta una sentenza non irrevocabile di condanna deve escludersi l’esecutività immediata dei provvedimenti restitutori dei beni sottoposti a sequestro preventivo anche nell’ipotesi in cui non ne sia stata disposta la confisca…” E ancora: “…se ne deduce, pertanto, che, a differenza di quanto affermato dal tribunale del riesame, la mancanza della confisca nella sentenza di condanna non impone l’immediata restituzione dei beni oggetto del sequestro preventivo non confiscati, dovendosi comunque sempre verificare la permanenza o meno di esigenze cautelari da soddisfare attraverso il vincolo reale. Orbene su questo specifico punto la motivazione del provvedimento impugnato appare, da un lato, oltremodo generica…dall’altro, fondata su di un assunto non condivisibile, secondo cui, perimetrato il campo del giudizio di rinvio, conseguente al richiamato annullamento disposto dalla Corte di Cassazione, ad una nuova valutazione, ai fini dell’applicabilità della confisca…”.

Attualmente, sulla vicenda Scuto c’è stata un’altra decisione della Cassazione, con rinvio alla Corte d’Appello (si attende la fissazione dell’udienza). E domani, la Difesa di Scuto sarà in Cassazione per il ricorso dopo la confisca disposta dalla Corte di Appello presieduta dal dr. Salvatore Costa nel gennaio scorso.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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