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SCUTO: Intreccio fra impresa e mafia dei Laudani. La sentenza integrale

In attesa dell’ultimo “round” in Cassazione, la lunga –e per molti versi inquietante- vicenda dell’imprenditore della grande distribuzione Sebastiano Scuto è giunta alla “tappa” delle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 8 ottobre, la Corte d’Appello di Catania (Presidente Dorotea Quartarao, a latere Maggiore e Pulvirenti, lo ha condannato ad otto anni per associazione mafiosa (senza i cosiddetti “collegamenti palermitani”) disponendo altresì la confisca delle quote societarie di “Aligrup” (l’holding principale di Scuto) nella misura sino a 15 milioni di euro.

Scrivono i giudici in tema di “motivi della decisione”: “ritiene la Corte che le circostanze attenuanti generiche possano essere concesse all’imputato, con un giudizio di equivalenza rispetto alle ritenute aggravanti. A tal fine vanno sicuramente valorizzati gli elementi indicati dal Tribunale, ovvero sia l’incensuratezza dell’imputato e la metamorfosi dello Scuto da imprenditore soggetto ad estorsione ad imprenditore colluso. A ciò deve aggiungersi la denuncia sporta dallo Scuto nei confronti di Sebastiano Laudani (il piccolo) che segna, a parere della Corte, il momento di rottura del legame dell’imputato con la famiglia Laudani(al quale seguiranno, poi, il pentimento e le dichiarazioni accusatorie di Giuseppe Laudani).”

Precisiamo per chi legge che Sebastiano Laudani è nipote di Sebastiano Laudani , il patriarca della famiglia mafiosa, mentre Giuseppe è figlio di Gaetano, uno dei figli di Sebastiano.

Continuano i giudici: “è stato accertato, infatti, che nel corso del 2009 la famiglia Laudani aveva ipotizzato il sequestro del figlio di Sebastiano Scuto, Salvatore, al fine di indurre l’imputato a manifestare ulteriormente la propria disponibilità nei confronti del clan, dal momento che quasi da un decennio i rapporti di dare ed avere si erano consensualmente sospesi per consentire allo Scuto di difendersi nel processo incardinato a suo carico senza dar adito a condotte compromettenti. In particolare, secondo quanto rivelato da Eugenio Sturiale, i Laudani erano convinti che lo Scuto, che da tempo non versava alcunchè in loro favore, aveva accumulato ricchezze in qualche ‘paradiso fiscale’ e aveva intrattenuto rapporti, per il tramite del figlio, con esponenti del clan Mazzei.  Tale disappunto aveva, quindi, condotto Sebastiano Laudani il piccolo ad organizzare un finto rapimento di Salvatore Scuto al fine di costringere il padre a rinnovare le manifestazioni di disponibilità, anche finanziarie, in favore del clan. Lo Scuto, venuto a conoscenza di tale proposito ed adottate le misure di sicurezza necessarie per garantire l’incolumità del figlio (questi veniva accompagnato nei suoi spostamenti da guardie private, poste a protezione anche della sua abitazione), aveva quindi incontrato lo Sturiale (del quale non sapeva della sua appartenenza all’epoca al clan Laudani, dopo una lunga militanza presso la famiglia Santapaola) per verificare se la notizia fosse vera e per chiedergli se poteva far qualcosa in proposito. Nei giorni successivi a questo incontro, avvenuto nei primi giorni del settembre 2009, lo Scuto ebbe a sporgere varie denunce anche in relazione ai pedinamenti subiti ed in particolare ebbe a indicare, quale soggetto che a bordo di una BMW nera lo aveva inseguito, Sebastiano Laudani. ..La denuncia sporta ai danni di Sebastiano Laudani, che era all’epoca il più importante degli esponenti della famiglia Laudani in libertà e sostanzialmente il reggente del clan, non può che avere il significato del venir meno dell’affectio societatis e di rottura col sodalizio criminale. Tale circostanza che palesa il venir meno dei rapporti con i Laudani assume, a parere della Corte, importanza al fine del riconoscimento delle attenuanti generiche.”

A questo punto i giudici scrivono: “…l’avere finanziato l’associazione mafiosa per l’acquisto di armi in periodi nei quali –per come accertato dal Tribunale- lo scontro tra le famiglie mafiose catanesi si era fatto anche cruento, l’avere riciclato ingenti quantità di denaro e l’avere assunto e mantenuto il controllo delle attività economiche nel settore della distribuzione di prodotti alimentari in spregio delle regole della libera concorrenza sono tutte circostanze che non possono avere valore recessivo rispetto a quelle, di segno positivo, sopra descritte….”

Per quanto riguarda la determinazione della pena, il collegio si sofferma sul momento nel quale si sia verificata la cessazione della permanenza del reato di associazione mafiosa.  E’, fra l’altro, scritto in motivazione: “…dalle dichiarazioni di Giuseppe Laudani emerge come nel 2006 sebastiano Laudani il piccolo avesse incontrato presso il cimitero di San Giovanni La Punta Sebastiano Scuto il quale aveva ribadito il proprio attaccamento alla famiglia Laudani, affermando che ‘aveva sempre la famiglia nel cuore e non se l’era mai dimenticata’. Queste parole a detta del collaborante avevano tranquillizzato la famiglia Laudani che, a questo punto, attendeva fiduciosa l’esito del processo per riattivare i rapporti economico-finanziari con l’imputato….Giuseppe Laudani aveva comunque deciso che, al fine di aiutare lo Scuto ad uscire assolto dal processo, avrebbe agito affinchè gli appartenenti al clan che sarebbero stati citati come testimoni rendessero dichiarazioni favorevoli all’imputato, ancorchè false.  Nel corso del 2008, avendo appreso che era stato citato Domenico Sapia, all’epoca detenuto come lui nella stessa casa circondariale a Catanzaro, lo indusse a rendere una falsa testiomianza in favore di Scuto, sostenendo di essersi recato presso di lui per prelevare il provento di un’estorsione. Giuseppe Laudani, in particolare, riferiva di avere avuto notizia dalla zia Maria Scuderi, madre di Sebastiano Laudani il piccolo, che il cugino aveva incontrato lo Scuto per informarlo di tale circostanza e che l’imputato si era mostrato contento di questo atteggiamento. … E’ stato ritenuto, pertanto, certo che i Laudani si adoperarono al fine di inquinare il dibattimento mediante deposizioni false e che tale manifestazione di disponibilità del clan nei confronti dell’imputato era avvenuta ancora nel giugno del 2008…”

Continuano i giudici: “…Premesso che la notizia di questo incontro tra Scuto e Sebastiano Laudani il piccolo è stata appresa da Giuseppe Laudani dalla zia Maria Scuderi della quale non è stato chiesto l’esame, l’ausilio prestato dai vertici del sodalizio all’imputato evidenzia che almeno fino alla deposizione del Sapia (giugno 2008) i rapporti tra lo Scuto e i Laudani erano ben saldi. Per converso, non è dato rinvenire fino a quell’epoca alcun chiaro elemento interpretabile come manifestazione di recesso dello Scuto dalla associazione criminale…”

La permanenza del reato –secondo i giudici-deve ritenersi cessata nel settembre del 2009. “Invero –continua il collegio- la lunga permanenza all’interno del sodalizio criminale durata per oltre vent’anni, l’ingente quantità di denaro riciclato, il finanziamento al clan per l’acquisto di armi in un periodo in cui era in atto una guerra tra gruppi malavitosi oltre che per la droga, il tentativo di condizionare l’esito del processo mediante l’introduzione di deposizioni testimoniali false inducono a discostarsi dal minimo edittale e a individuare quale pena congrua quella di otto anni di reclusione…”

In tema di confisca di beni i giudici scrivono: “ritiene la Corte che debba essere disposta la confisca delle quote di Aligrup spa di pertinenza di Sebastiano Scuto fino alla concorrenza di 15 milioni di Euro. Deve rilevarsi in primo luogo come la norma dell’art. 416 bis co 7 cp preveda la confisca obbligatoria nei confronti del condannato delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato o delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego.

Per operare la confisca prevista da tale norma non è sufficiente la condanna per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso che ne costituisce solo il presupposto, ma occorre individuare quali, fra i beni del condannato, siano stati i mezzi utilizzati o destinati a commettere il reato o se vi siano beni che costituiscano il prezzo, il prodotto o il profitto del reato o il loro reimpiego….Va rilevato, comunque, che nel caso di specie non risulta comprovata l’intestazione fittizia dei beni in sequestro di cui risultino titolari soggetti diversi dall’imputato, non essendo stato dimostrato per ciascuno di essi che Scuto ne avesse, al di là della titolarità giuridico-formale, la disponibilità uti dominus….” Quindi, a seguire “..ritiene  la Corte che una correlazione specifica e concreta con il reato associativo ascritto a Sebastiano Scuto nel procedimento che ci occupa sia stata comprovata soltanto con riferimento ad Aligrup spa. Deve essere premesso che non è più discutibile l’accertamento compiuto in relazione al capo di imputazione in relazione alla condotta ascritta  a Scuto punto 2) del capo a) ovvero l’avere riciclato in attività economica “legale” ingenti proventi delle attività illecite del Clan Laudani e di altri clans alleati. Non si può, pertanto, porre in dubbio né che la famiglia Laudani abbia consegnato all’imputato i proventi delle proprie attività illecite né che Scuto abbia riciclato tali somme.  E’ rimasto assodato che l’imputato abbia ricevuto i proventi dei reati di rapina ai danni di Tir che trasportavano beni alimentari (pag. 448 della sentenza di !° grado), che siano state utilizzate le casse dei supermercati di Aligrup spa per cambiare gli assegni consegnati ai componenti del sodalizio quale corrispettivo di cessioni di stupefacenti (pag. 448), che sia stato conferito ad Aligrup il supermercato che i Laudani possedevano a San Giovanni La Punta (v. la vicenda DA.CO. descritta alle pagg 360 e segg. della sentenza di primo grado).

E’ stato accertato, soprattutto, attraverso le dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia Giuseppe Laudani ed Eugenio Sturiale, la cui attendibilità è stata positivamente apprezzata nei precedenti gradi di giudizio ed è stata, infine, suggellata dalla Suprema Corte, che il clan ebbe a consegnare allo Scuto ingenti quantità di denaro.

Non vi è dubbio, dunque, che Aligrup spa sia stata lo strumento (definito dal collaborante Sturiale ‘lavanderia industriale’) attraverso il quale l’imputato ha compiuto le operazioni di riciclaggio dei proventi delle attività delittuose dei Laudani e che ha consentito all’associazione di potere fruire costantemente delle liquidità necessarie per le esigenze del gruppo (ad es. per l’acquisto di droga o armi).

E’ stato acclarato, infine, ch, nonostante la formale regolarità contabile di Aligrup, la concreta struttura operativa della società consentiva l’immissione di denaro e di merce di provenienza delittuosa e la creazione di provviste fuori bilancio…”

Conclusioni? “Ritiene la Corte, pertanto, che la confisca ai danni dello Scuto debba riguardare essenzialmente le quote societarie di Aligrup spa a lui intestate, trattandosi delle quote dello strumento operativo del clan mafioso, costantemente capitalizzato dalla famiglia Laudani, attraverso il quale avveniva il riciclaggio dei proventi dell’associazione criminale e il finanziamento della stessa…

Deve ritenersi, pertanto, che Aligrup spa, la cui costituzione è avvenuta nel 1987, in un periodo nel quale, per come è stato accertato, l’imputato era già partecipe del sodalizio criminale, sia stato, dunque, lo strumento appositamente creato al fine di consentire alla famiglia mafiosa dei Laudani di inserirsi nel settore della grande distribuzione alimentare, mediante il c.d. metodo mafioso, al fine di realizzare ulteriori profitti mediante lo svolgimento di attività economiche lecite e riciclare altresì i proventi delle attività delittuose commesse nell’ambito associativo.

Per come già definitivamente accertato, però, nella costituzione di Aligrup spa sono confluiti sia il capitale e i beni lecitamente prodotti da Scuto  nello svolgimento dell’attività di impresa antecedente al suo ingresso nel sodalizio criminale, sia il capitale e i beni provenienti dalla famiglia di sangue dei Laudani, sia il capitale di pertinenza della moglie dell’imputato, ricevuto per successione dal padre (Eugenio Sturiale ha ricordato –avendolo saputo in famiglia essendo il marito di una nipote della Spina- come il suocero di Scuto fosse un facoltoso imprenditore del settore agrumicolo che ebbe a lasciare nel 1960 un miliardo di lire a ciascuno dei propri figli).

Deve escludersi, dunque, che Aligrup spa possa definirsi come ‘impresa mafiosa’ nel senso di impresa nella quale il capitale e il patrimonio sono integralmente di derivazione illecita o vi è totale sovrapposizione tra la compagine societaria e la consorteria criminale; essa va, invece, definita come impresa inquinata dall’apporto di capitali illeciti.”

Conclusione dei giudici: “…ritiene la Corte, pertanto, che il limite alla confisca può essere identificato nei 15 milioni di euro che il collaborante Eugenio Sturiale ha indicato come la somma, rivendicata da Sebastiano Laudani a nome della propria famiglia di sangue, ed investita dal sodalizio criminale in Aligrup spa…”

La Sentenza

 

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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