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Scartato “l’ateneo di provenienza” per l’accesso ai concorsi pubblici

Il commento dei docenti Luciano Granozzi e Alessandro De Filippo sulle crepe della proposta Meloni.
Bocciato l’emendamento della riforma della pubblica amministrazione proposta giovedì scorso, e che aveva immediatamete scatenato perplessità e indignazione di rettori, docenti, e studenti. Marcia indietro anche del firmatario Marco Meloni.

Resta comunque in campo la discussione sulle differenze tra gli atenei italiani, dopo le dichiarazioni del Premier sulle università di eccellenza che possono competere a livello internazionale e sulla maggior parte delle università che servono invece ad “altro”…

La proposta, che originariamente mirava ad eliminare il voto di laurea  come filtro per la partecipazione ai concorsi pubblici, intendeva conferire maggior peso all’ateneo di provenienza, rischiando però di creare forte discrimine tra atenei valutati più o meno virtuosi, e che in particolar modo, penalizzava gli studenti del sud.
Ad esempio, il 110 conseguito a Palermo, avrebbe avuto così meno valore del 99 conquistato alla Bocconi.
A fare traballare la proposta fin dall’inizio, e a far temere per la validità stessa di un titolo di studio conseguito in un’università considerata minore, i parametri presi in considerazione per misurare l’eccellenza degli atenei.

Per comprendere meglio i criteri dai quali dipenderebbe la valutazione dell’università, fanno chiarezza Luciano Granozzi, Delegato alla comunicazione del nostro Ateneo, e un docente di materie umanistiche, Alessandro De Filippo:
«tra i parametri in gioco, i dati dell’agenzia Anvur (valutazione del sistema universitario e della ricerca), il conteggio dei fuori corso, il numero degli occupati ad un anno dalla laurea, l’impact factor, e l’attrattiva esercitata dall’università di una data provincia, sugli studenti provenienti dalle altre regioni».

«L’agenzia Anvur -spiegano i docenti- basa le sue valutazioni su un conteggio esclusivamente quantitativo delle pubblicazioni ed è quindi destinata automaticamente a penalizzare l’ambito umanistico rispetto a quello scientifico, perché buona parte degli studiosi delle scienze esatte pubblica articoli su riviste scientifiche internazionali con una certa regolarità, invece chi studia le discipline umanistiche pubblica delle monografie, che richiedono un percorso più lungo ed elaborato.
Si aggiunge a questo – continua De Filippo – l’impact factor, che misura quante volte un saggio viene citato, ed è chiaro, che questo sistema può essere applicato esclusivamente alle pubblicazioni delle cosiddette scienze dure, dove il confronto sui temi scientifici avviene in base all’avanzamento tecnico e tecnologico».

«Relativamente alla produzione scientifica, – spiega Granozzi – l’Università di Catania non è molto indietro, un terzo dei dipartimenti, risultano infatti superiori alla media nazionale, un altro terzo si posiziona in linea mediana e un altro terzo ancora è giù in classifica».

Il ritiro dell’emendamento offre comunque un valido spunto per la riflessione sull’università e sui parametri che la giudicano più o meno virtuosa.

«Criteri – secondo De Filippo – troppo superficiali e generici, per ottenere una valutazione reale dell’ateneo, e che rischiano invece di creare delle università privilegiate, che mettono in ombra altre. Facendo un esempo concreto sulla poca oggettività di queste misure, si consideri la capacità di attrarre studenti da parte di altre regioni: in questo caso Catania, polo centrale per gran parte delle province della Sicilia orientale, viene invece superata da Messina, raggiunta dagli studenti di Reggio Calabria».

«Un sistema che non bilancia punti di forza e debolezze, se da una parte l’ateneo catanese rileva un alto numero di fuori corso, è invece un’eccellenza per alcuni dipartimenti, come Fisica o corsi di studio come Ingegneria  elettronica».
Il risultato finale, è che i dipartimenti meno meritevoli abbassano la valutazione di tutta l’università, che è così destinata a ricevere meno risorse, penalizzando anche quelle che possono essere considerate ricerche di eccellenza.

«Se ad un’università virtuosa si deve puntare – conclude De Filippo – sarebbe allora opportuno parlare seriamente di investire su: progetti internazionali, biblioteche, laboratori, e su quanto possa colmare la distanza tra università e mondo del lavoro».

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