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Noli offendere mafiam Agathae?

Il catanese non ammette maldicenze ed ironie soltanto su Bellini, sant’Agata e sull’Etna che considera proprietà private” (Giuseppe Fava)

“L’amore vero si dispera o va in estasi per un guanto perduto o per un fazzoletto trovato, e ha bisogno dell’eternità per la sua devozione e le sue speranze. Si compone insieme dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo.” (Victor Hùgo)

E’ dovere morale di ogni uomo dotato di “sintimentu” o comunque buonsenso, porsi con rispetto e costruttiva curiosità nei confronti di fenomeni meravigliosi come le feste agatine.
Qualunque sia l’estrazione culturale o sociale, certi eventi vanno abbracciati per il loro profondissimo valore spirituale e storico ma anche per la loro preziosa accezione socio-antropologica. Ogni aspetto è essenziale, anche quello più folkloristico.
Meglio lasciare agli eterni adolescenti la solita critica all’incoerenza delle feste comandate. L’uomo, con tutte le frivolezze che gli orbitano intorno, è composto essenzialmente da sublime incoerenza ed una incomprensibile propensione al rito.
Ed anche per questo nascono tali meravigliose ubriacature collettive. La religione è prima di tutto un legame – dal latino “religere/religio” – tra l’incoerenza terrena ed una non meglio identificata speranza. Una infinita mammella, non a caso parlando di Agata, dalla quale succhiare sogni ed appunto speranze. Che sia becera idolatria, autentica devozione o l’ipnosi del rito, poco importa. C’è mistica in queste chiassose passeggiate agatine, c’è spiritualità in queste colorate e rumorose moderne falloforie. C’è una non ben specificata isterica voglia sociale di trascendente. Qualcosa di necessario (Oggi più che mai!) e patologico allo stesso tempo. Dove il singolo, anche il più reietto, diventa moltitudine e viceversa.
Ci si affida quindi non tanto alla Patrona quanto alla Festa della Patrona. È il rito che crea la religione e non viceversa. Ci si affida alla massa e forse a se stessi. Non a Dio. Probabilmente in quella calca c’è un sincero esame di coscienza anche nell’essere più egoista. Una comune via crucis, condivisa. Forse.
Ma anche un legame profondissimo con una città umiliata e stuprata ogni giorno, coccolata e scoperta solo dal 3 al 5 febbraio. Si, è anche apparenza e moda. E’ pure appartenenza ed intima riflessione tra barocco, scavi archeologici romani e “simenza” sputata sul basolato. Spesso con la sciarpa della propria squadra, indossando il sacco, addentando un panino con la carne di cavallo e lucidando la medaglietta al collo. E’ catanesità.

Caramellata la premessa, è altro dovere aprire uno scrigno che forse non contiene solo oro e pietre preziose, sorge la necessità di non trascurare il grande contorno di sfumature più o meno grigiastre.
Grigiastre o marroni? Perché non è la prima volta che Agata viene soffocata nella merda, non è la prima volta che Agata viene brutalmente palpeggiata come la più bella adolescente tedesca a Colonia, non è la prima volta che la Santa Patrona viene affogata, seppur metaforicamente, nelle feci di qualche suo figlio ingrato. Ciò che è accaduto, qualche giorno fa, al busto di Agata in Via Dusmet, deve far riflettere. Oltre l’episodio.
Fatalista e nichilista, qualcuno scrolla le spalle, sfoggia il sorriso amaro di chi si è rassegnato da un pezzo e rutta sarcasmo atteggiandosi a Gesù nel tempio.
Muore qualcuno scivolando con il motorino sulla cera? Un altro passa a miglior vita schiacciato dalla folla? Qualche candelora, su sospetta commissione, finisce la sua corsa in sospetti quartieri periferici o ancor più sospetti cortili del centro storico? Tessere d’onore per esclusivi circoli religiosi? In molti si voltano, si accodano alla numerosa processione di chi non vuol scoprire la tanta polvere sotto il tappeto. Meglio non porsi troppe domande. La Santa non gradirebbe.
E’ insomma il solito argomento che fa venire l’urticaria. La solita cantilena che, canticchiata in questi giorni, tanto ricorda “mafia e parrini” di Rosa Balistreri. Mafia qua e mafia la. Mafia su e mafia giù. Mafia ovunque.
Non credo possa rappresentare un’anomalia, per la quale sbalordirsi, se anche la mafia partecipa al “compleanno” della città. Le grandi amicizie si palesano proprio durante le ricorrenze e certi amici “meritano” di stare in prima fila nell’organizzazione. La mafia è soprattutto potere simbolico, più che economico. Quale miglior momento se non l’apice agatino? D’altronde non è di certo recente – si parla addirittura di rapporti risalenti a metà ‘800 – il coinvolgimento criminale nei festeggiamenti per Sant’Agata.

Molte le malelingue, molti i sospetti sul “bene etno antropologico patrimonio dell’umanità” – così la definisce l’UNESCO – e diversi i collaboratori di giustizia, prolissi riguardo i festeggiamenti.
Vale la pena ricordare non solo quanto dichiararono, tra il 2006 ed il 2007,  i collaboratori di giustizia Giuffrida e Di Raimondo ma anche quanto più recentemente affermarono altri pentiti come D’AcquinoLa Causa nel 2012. Tutti o quasi santapaoliani. Tutti criminali, a leccarsi i baffi, sul palcoscenico più prestigioso.
Figli e luogotenenti di Nitto a portare il busto reliquario, i Cappello con in spalla lo scrigno ed i soldati a riscuotere tra pizzo dai commercianti, business della cera e scommesse sugli orari del fercolo.
E poi le candelore, come vessilli di legioni romane e la coca ai portatori. Il cereo dei pescivendoli ai Savasta e poi ai Santapaola, quello dei macellai e fruttivendoli sempre ai sodali di Nitto, i pizzicagnoli prima a Ceusi e Cappello e poi ai Santapaola ecc ecc. Il cereo di Sant’Agata a Santapaola.

I percorsi di questi allegorici simboli, come blasfeme processioni nella processione. Di Raimondo raccontò come, dal 1993 al 1998, ossia fino alla decisione dello stesso Di Raimondo di diventare collaboratore di giustizia, il cereo del Circolo di Sant’Agata avrebbe fatto tappa nel quartiere di Monte Po, ex suo feudo, per rendergli omaggio. Così lo stesso riportò: “Decisi di fare arrivare la candelora nel quartiere sia per acquisire maggiore prestigio quale “mafioso” sia per senso di devozione verso la Santa. Il quartiere era perfettamente a conoscenza che la candelora era a Monte Po per una mia iniziativa. La “venuta” della candelora nel quartiere, comportò una spesa di circa 30-40 milioni di lire. Con tale somma vennero pagati i portatori, l’illuminazione del quartiere e i fuochi di artificio. Io non mi sono materialmente occupato dell’organizzazione, perché in entrambe le occasioni versai i soldi a mio zio, che era uno dei portatori di quella candelora, il quale si interessò di tutto. Mio zio non faceva parte dell’organizzazione”.
Soldi e potere intorno alla Santa. Giuffrida rivelò: “Ancora ricordo che nel 1994-1995, mentre ero agli arresti domiciliari, feci un’evasione. Parlai (…) con una persona che dirigeva i movimenti della Vara. Si trattava di una persona grossa, con baffi e occhiali. Gli dissi che doveva sostare in via Plebiscito, dopo il bar Lanzafame. Io deduco che la sosta aveva lo scopo di fare vedere la Santa a Natale D’Emanuele, a quell’epoca latitante e con molta probabilità nascosto in una casa in quella zona di via Plebiscito, ove egli possiede numerosi immobili. Di fatto la sosta avvenne per circa dieci minuti, come richiesto”.

Quale la divinità e chi il devoto a questo punto? Chi rende omaggio a chi? Dove finisce il sacro ed inizia il profano? Quale il futuro visto l’andazzo? Meglio lasciar perdere.

Per ogni inchiesta chiusa, un respiro di sollievo. La Santa è libera e la festa ripulita. Si? “Nessuno tocchi Agata!” si grida. Ma è davvero così? La logica impone altri pensieri. Il palcoscenico è troppo ambito per esser lasciato deserto ed a Catania sono davvero tanti gli attori e troppe le comparse.

(Foto di Orazio Fiorini)

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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