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Sant’Agata, i ceri votivi e l’ipocrisia dell’amministrazione comunale.

A Sant’Agata si accendono i ceri. Centinaia, gialli, enormi, pesantissimi. Si portano in spalla durante le processioni e rappresentano il voto che i devoti fanno alla Santa. Tradizione, costume, ritualità, fede: poco importa quale sia la profonda ragione che spinge gli abitanti della città a compiere un simile e così faticoso gesto, fatto sta che esso è parte suggestiva della festa di Sant’Agata, della sua immagine nel mondo.

L’amministrazione comunale di Catania, da qualche anno, emana un’ordinanza che vieta la processione dei ceri e ne intima l’accensione solo ed esclusivamente in minuscole aree attrezzate. Scrive il Sindaco Bianco “è fatto divieto a chiunque, in occasione delle celebrazioni Agatine nei giorni 3, 4, 5, e 6 febbraio 2014, l’accensione ed il trasporto dei ceri accesi in tutto il territorio comunale. A tutte le Forze dell’Ordine, al Comando di Polizia Locale, ai Vigili del Fuoco, è demandato il controllo sull’osservanza della presente Ordinanza”.

Motivi di sicurezza. La cera che si deposita nelle strade e causa incidenti, anche gravi, a pedoni e veicoli. Tutto vero. Eppure l’ordinanza è come se non esistesse. I ceri votivi vengono come tradizione accesi e vengono, con grande sacrificio, portati in spalla per centinaia e centinaia di metri dai devoti. Nessuno interviene, né la polizia municipale, largamente presente durante la processione, né la polizia di stato, né i carabinieri, né tanto meno i vigili del fuoco. Ma c’è di più. È proprio il Comune di Catania a pubblicizzare e ad enfatizzare la bellezza dei ceri accesi durante il percorso della processione. Nelle vetrine dell’Assessorato alla Cultura, nelle mostre promosse dal Comune, nelle immagini presenti sul sito internet istituzionale, ovunque l’amministrazione comunale parli della festa di Sant’Agata compaiono le straordinarie immagini dei ceri accesi, della fatica dei devoti, delle vie del centro cittadino illuminate dalle fiamme delle candele. I turisti presenti in città, che grazie al versamento della tassa di soggiorno finanziano integralmente la festa, vengono invitati a vedere i ceri, i giornalisti vengono portati a immortalare le suggestive immagini degli sforzi dei devoti, gli invitati delle Istituzioni vengono accompagnati a guardare dall’alto il fiume di fuoco che si produce in via Etnea e via Caronda. Fatto normale, perché la festa di Sant’Agata è anche questo. Fatto ipocrita che mentre tutto questo accade il Sindaco emani un’ordinanza che finge di volerlo fermare. Fatto grave che la massima Istituzione cittadina emani un’ordinanza che si sa già che nessuno farà rispettare (il 21 gennaio l’amministrazione comunale ha stanziato 11mila euro per acquistare la segatura che servirà ad assorbire la cera). Il problema infatti non è che il catanese “incivile” non la rispetta ma che chi è incaricato di farla rispettare sa che non deve intervenire, sia esso un vigile, un poliziotto o un carabiniere. E il pubblico ufficiale in questo caso non è un corrotto o un fannullone ma una persona di buon senso che sa bene che bloccare i ceri significa bloccare l’intera festa di Sant’Agata, compito che, se ne avesse davvero il coraggio e se avesse davvero senso, spetterebbe al Sindaco, non al primo vigile urbano che passa.

Insomma, il messaggio che il Sindaco fa passare, di suo pugno, è che le regole a Catania possono pure essere scritte ma non valgono nulla. Se si volesse davvero intervenire si dovrebbero creare momenti condivisi durante la fase dell’organizzazione della festa che permettano di conciliare la tradizione della processione dei ceri votivi con le sacrosante esigenze di sicurezza della città. Illudersi di lavarsi le mani e la coscienza con ordinanze impossibili da applicare è francamente ipocrita, grave e indegno per chi ha il compito di governare la città e risolvere i suoi problemi.

Ma non è tutta colpa del Sindaco, esistono pezzi di città che per la difesa della “legalità” vorrebbero che fosse impedita la vendita dei ceri in quanto dietro tale commercio esistono l’abusivismo e gli interessi mafiosi. Vero. Per combattere la mafia però bisogna colpire la mafia non solo la cera. Pensare che impedire la vendita di cera sia uno strumento per sconfiggere la mafia equivarrebbe a dire che siccome la mafia si infiltra negli appalti dovremmo impedire la costruzione di scuole, strade e ospedali. Ed è proprio così che la mentalità mafiosa e le sue connivenze si fortificano, nell’idea che per fare le cose ci vuole la mafia. Regolare tale commercio, pretendere trasparenza, denunciare gli interessi della Curia nella gestione della cera è fondamentale ed è probabilmente più utile delle generalizzazioni.

Comunque oggi, come ieri, in città sono tornati a sfilare i ceri accesi, sostenuti dalle spalle di migliaia di devoti. Tutti, paladini della “legalità” e amministratori, li sono andati a fotografare e a guardare. Nessun vigile ha intimato di spegnere un cero, nessun poliziotto ha elevato un verbale. Fino all’undici febbraio via Etnea resterà chiusa per permettere la rimozione della cera e fino a marzo i motorini scivoleranno e chi ha le suole lisce si farà belle cadute. Nonostante l’ordinanza.

A chi serva questa questo atto non è dato saperlo, certo è che Catania si governa attraverso la partecipazione, la democrazia e il coraggio. Con l’ipocrisia si insulta la città, non si va da nessuna parte, non si governa e non si ottiene legalità.

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Matteo Iannitti

Nato nel 1988. Rappresentante del Movimento politico Catania Bene Comune, già candidato Sindaco di Catania. E' stato componente dell'Esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti.

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