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Sanremo 2019, gara canora di basso livello. Spiccano Berté, Il Volo e Ultimo

Delle 24 canzoni in gara al 69° Festival di Sanremo, dopo il primo ascolto, se ne salvano davvero poche. La giuria demoscopica premia come migliori Loredana Bertè, Ultimo, Daniele Silvestri, Il Volo, Irama, Francesco Renga, Simone Cristicchi e Nek.

Sanremo 2019, una nuova formula per una gara interminabile

Serata lunghissima, che stanca. Scarso è risultato apporto umoristico di Virginia Raffaele e Claudio Bisio, la cui giacca echeggiava con le luminarie di Sant’Agata, da cui aspettiamo molto di più.

A rompere il ghiaccio è Francesco Renga presentando un motivo piacevole con stupendi passaggi strumentali – dove si apprezza il tocco di Bungaro, uno degli autori. Peccato per il finale parlato, non rende giustizia al brano.

L’idea di fondo del brano portato da Nino D’Angelo e Livio Cori è buona. L’atmosfera creata ha un qualcosa di suggestivo, ma la voce affaticata del buon Nino non regge il confronto con il partner e stenta spesso. Anche per questo la canzone è stata poco apprezzata.

Non è lo stile a cui ci ha abituato, eppure Nek colpisce il pubblico in sala. Pezzo molto ritmato, poco valorizzata l’orchestra che, quando è chiamata in causa, fa la sua figura. Ripetitivo il testo, nel complesso si poteva fare di più.

Prima ti chiedi: «Chi sono?», poi:«Perché sono lì?». La melodia – diciamo con magnanimità – discutibile. The Zen Circus guadagna un punto per la scenografia con gli sbandieratori che movimentano una scena, altrimenti pessima.

Con Il Volo, bastano pochi secondi per capire che siamo a ben altro livello, e non di poco. La strofa è di notevole spessore, prende subito, ben accompagnata dal pizzicato degli archi. L’armonia delle voci esplode in un ritornello che entra subito in testa, dove i tre ragazzi non sbagliano una nota che sia una. Atmosfera da film di un nostalgico romanticismo. Ovazione più che meritata.

La vera sorpresa dell’edizione? Loredana Bertè. L’artista mette in campo tutto quello che ha, non sfigurando in un ritornello e in un inciso dai toni alti. Si poteva fare qualcosa di più sul testo, come sul look alla Marge Simpson vinta dalla forza di gravità. Spregiudicata la minigonna che ancora si può permettere. Il pubblico patteggia per lei.

Seduto davanti a un banco scolastico, Daniele Silvestri e Rancore portano in scena il racconto privo di note di un sedicenne che combatte il pregiudizio sociale. Seconda parte affidata al giovane rapper capace di movimentare la staticità del brano. Il testo ha il suo innegabile fascino, ma la musica di fatto non c’è.

Introduzione lasciata alla dolcezza del pianoforte, con un leggero accompagnamento d’archi. Quindi, ha inizio un rap che sembra stonare a primo acchito, ma il proseguo gli permette di farsi valere. Il brano di Federica Carta e Shade lo sentiremo spesso in rotazione radiofonica. Rimandati entrambi per la scelta d’abito.

Ultimo, di nome e non di fatto, ripaga l’attesa con una canzone romantica, cantata per lo più sforzando a suo modo la voce, che gli costa alcune imperfezioni. Ma nulla di grave! Apprezzato dal pubblico in sala e sui social network, riascoltando il brano, lo apprezzeremo di più.

Ottima strofa, ritornello così così. Paola Turci appare in affanno, più di una volta calante. Speriamo si riprenda in queste serate. Da metà classifica, non oltre.

Presentato come emergente tra i più promettenti, Motta si smentisce dalla camicia prima e dalla voce dopo. Per non parlare dei suoi movimenti e – cosa più importante – della canzone. Insomma, quei momenti in cui ti chiedi chi faccia le selezioni, momenti destinati a ritornare.

BoomDaBash, nome improponibile quanto l’abito rosso della coppia. Almeno la canzone in levare si salva, coinvolgente nel ritornello, orecchiabile, rispetto a una strofa incolore.

Patti Pravo è sempre la Patti Pravo! Lo capisci non solo dai finti dread che le contornano il volto e dall’abito succinto, ma dalla serenità con cui scherza sul problema tecnico che ne ritarda l’interpretazione. La voce fatica, a volte neanche si percepisce. Brega, il partner è tra i migliori, in grado di passare nell’inciso a un rap melodico di buon livello.

La poesia di Simone Cristicchi coinvolge e infatti la performance viene subito condivisa su Facebook. Non si può dire lo stesso del canto, o meglio del parlato, più volte fuori tono. Coda da colonna sonora di un film epico.

La prima domanda che ci poniamo è “Perché?” seguita da “Ma che cos’è?”. Sì, ci riferiamo ad Achille Lauro. Il riascolto però è doveroso come penitenza quaresimale. Una seconda possibilità non si nega a nessuno, ma da Sanremo pretendiamo molto di più.

Esecuzione di spessore quella di Arisa, cui nulla si può imputare. La canzone è indefinibile, forse più adatta al periodo estivo. Le diverse variazioni sul tema la rendono unica nel suo genere, ma rischia per non essere compresa. Da riascoltare. Nel look pare si sia ispirata a Mia Martini.

Dante da solo scrisse La Divina Commedia. Michelangelo da solo affrescò la Cappella Sistina. Qui abbiamo ben sei autori per un brano che non decolla mai, per lo più piatto anche nella parte ritmica. Dai Negrita ci aspettavamo di più!

L’istinto è quello di spegnere la TV ascoltando Ghemon mettendo in discussione i criteri i selezione degli artisti. Rispetto a molti colleghi, almeno lui canta per tutto il pezzo. Tuttavia, non gli perdoniamo la profanazione del nome di un eroe della nostra infanzia.

Il ritornello del brano Einar è bello, ma a metà. Poteva essere valorizzato il testo piuttosto che lasciar spazio ad un inutile passaggio strumentale. Rimane un senso d’incompiutezza.

Ex-Otago non è risultato sempre a tono, o forse è la canzone concepita proprio così. Non è perciò l’ascolto ideale a mezzanotte e 32 minuti. Niente di che!

Non starà simpatica ai più, ma la voce Anna Tatangelo ce l’ha, ed ha ben altra stoffa rispetto ad altri concorrenti in gara. Finalmente una canzone nel classico stile sanremese, che spicca in una media decisamente bassa.

Irama è un altro che recita. Sembra ormai la fiera della poesia! Ritornello troppo breve. Da dire che canta bene, come buona è l’idea del coro gospel (poco valorizzato).

Anche Enrico Nigiotti recita sulle note del piano. Acconciatura da lottatore di Sumo per un ritornello discreto, che sale in classifica per demerito altrui più che altro.

Mahmood risalta per l’originalità musicale rispetto ai colleghi, in uno stile non proprio italiano, ma da scoprire. Sufficiente nel complesso, con l’attenuante dell’orario – ancora si ostinano a far gareggiare i cantanti dopo la mezzanotte.

Bocelli e Giorgia ospiti di lusso

Ad esibirsi insieme ai cantanti in gara, due grandi della musica italiana, nati proprio a Sanremo. Prima Andrea Bocelli, che incanta come solo lui sa fare, propone la canzone con la quale si fece conoscere proprio su questo palco: con la stessa giacca nera di allora, canta Il sole calmo della sera, emozionando il pubblico. Dopo, simbolico passaggio di consegne al figlio Matteo, che regge più che bene a fianco al padre con Fall on me, già ampiamente apprezzata in radio.

Giorgia celebra i 25 anni dalla prima presenza sul palco dell’Ariston con un medley di Jovanotti, Ramazzotti e Whitney Houston. La sua voce non ha bisogno di commenti. Chiude con l’amata Come saprei, accompagnata al piano da Baglioni.

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