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Sakura di Carmelo Modica

Un’eterna brevità

Anche per questa seconda domenica di Agosto, per la rassegna Racconto da Urlo, ci fa compagnia Carmelo Modica. Questa volta ci porta in Giappone, proprio nel periodo del Sakura, la fioritura dei ciliegi.

Sakura

Yo no naka ya chō no kurashi mo isogashiki

Le parole, folate di vento. Stormivano tra le fronde dei ciliegi.

Era d’aprile,  tempo di hanami: trovavo romantico che i giapponesi dedicassero un evento non tanto ai fiori quanto alla loro contemplazione.

Kumiko-san declamava haiku.

Ero rapito dalla sua voce.  Imparai da lei a scriverli ma non saprei spiegare come  visto che io non parlavo giapponese e lei non parlava italiano se non quando pronunciava il mio nome: dalle sue labbra nasceva  storpiato come un fiore al quale fosse caduto un petalo facendo spazio a quello del fiore accanto. Nonostante non riuscissimo a comunicare in modo convenzionale io mi sentivo come se avessi perso i miei confini umani e stessi esplorando un mondo diverso nel quale io stesso mi sentivo trasfondere.

Non ho mai capito se ne fossi innamorato. Lei di tanto in tanto abbassava lo sguardo ma presto mi accorsi che lo facevano molte donne. Non avevo orecchie che per lei . Aveva voluto che andassi con lei al Parco Ueno, ospite del suo telo blu. Eravamo solo io e lei. Attorno il mondo. Il tappetino ne segnava il confine, il limitare  tra la magia di parole incomprensibili e lo hanami a furor di popolo. L’aria si tingeva di rosa e il prato qua e là era ancora umido.

A gesti mi aveva detto:

Piccolopiccolo (avvicinando a un occhio due dita che si sfioravano)

Respiroprofondo (abbracciando con le mani aperte la natura e il cielo)

Sofferenzanostalgia indicandomi che ogni cosa ha un suo sentimento. La panchina. Mi indicava la panchina. Una panchina di legno. Io guardavo la panchina. E mi aveva spiegato che lì un tempo c’erano stati due amanti che si erano baciati. E forse quegli amanti non si vedevano da giorni o era loro proibito vedersi. Quella panchina adesso aveva conosciuto l’amore dal quale adesso era separato.  Io dissi nel nostro solito modo che era triste. Kumiko-san mi guardò stupita: uno sguardo sul quale lessi  la distanza planetaria fra me e lei. La coppia avrebbe potuto sedersi sul prato ma ha scelto la panchina. E’ questo che conta. Sorridevo tra le mura invisibili del nostro tappeto blu. E quella panchina ai miei occhi era fatta di tre versi e 17 sillabe.

Brevebreve – diceva a modo suo e io a modo mio capivo.

La vita è come un haiku. Per questo la celebravano quei versi/suoni così strutturati, spezzati da una cesura che tuttavia riempiva di senso. Una brevità profonda, utile sempre a qualcuno se non a noi stessi. La poesia è questa eterna brevità.

Mi  lasciò all’aeroporto.

La lasciai con un biglietto tra le mani.

Avevo impiegato tutta la settimana per riuscirei a contrarre in quelle poche sillabe il senso di quell’incontro. Almeno il mio.

Mi piace pensare che Kumiko-san lo  legga  abitualmente sentendo le stesse carezze che sentivo io quando era lei a declamare. Mi auguro che non sia mai riuscita a tradurle:

 

Dipingerai

sul mio cuore basso –

garruli voli.

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Redazione

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