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Rigoletto a Taormina le aspettative di una nuova stagione culturale

Tra alti e bassi il titolo verdiano come protagonista operistico della prima edizione del Sesto senso Opera Festival

Inutile negarlo, le aspettative erano molto alte per il Rigoletto al teatro antico di Taormina. Come spesso capita in questi casi, al momento di scriverne bisogna ridimensionarsi e tenere conto di tanti fattori diversi che, piaccia o no, concorrono al risultato.

Si è svolta giorno 15 la seconda e ultima replica del titolo verdiano protagonista del Sesto senso opera festival, a Taormina e un merito va assolutamente riconosciuto agli organizzatori dell’evento, anzi forse più d’uno. Importantissima è stata la scelta delle maestranze e dei cantanti; insomma di tutti quegli ingranaggi che solitamente rendono possibile la realizzazione di un progetto. La volontà che non si fermi ad una sola stagione ma che sia l’inizio di una virata culturale prestigiosa all’interno di uno scenario incredibile.

Un progetto di successo ha bisogno dell’adeguato rodaggio e, come si diceva una volta, il buon cavallo si vede a lunga corsa. Non bastano, insomma, solo grandi protagonisti ma bisogna anche metterli insieme in maniera armonica ed efficace. Bisogna anche tener conto che un’opera lirica (a meno che non sia stata composta all’uopo) è stata concepita per un ambiente specifico, ovvero il teatro, un luogo chiuso privo di sbalzi di umidità repentini quanto pericolosi per voci e strumenti, a dispersione di suono e interazione di suoni naturali e agenti atmosferici con la messa in scena; i pipistrelli a caccia, sebbene perfettamente integrati con la drammaturgia, avrebbero sbalordito lo stesso Verdi per precisione e tempismo.

L’orchestra

Tempismo che, però, spesso mancava all’organico orchestrale, corni in ritardo cronico, per esempio, hanno messo a dura prova gli eccellenti archi impegnati a ridare omogeneità alla partitura in pochissime battute. Deve aver faticato non poco lo stesso direttore Angelo Gabrielli. La sua affermata esperienza sul podio è stata capace di portare a termine un buon risultato. Una nota di merito particolare va ai flauti, capaci di duettare tra loro e interagire coi cantanti in domo praticamente perfetto; cosa che dovrebbe essere normale quando si ascolta della buona musica ma che spesso non lo è passando così inosservata.

 

I cantanti

Un piacere per gli occhi e per le orecchie l’interpretazione di Giovanni Meoni. Il suo Rigoletto, ha dato vita alla densità di sfaccettature drammaturgiche del suo personaggio destreggiandosi agilmente sulla scena e nel canto. Controllato e potente si è dimostrato un degno protagonista.

Così come, nel ruolo di sua figlia Gilda, la soprano Desirée Rancatore. Nonostante una fastidiosa tracheite, di poco più evidente durante il secondo atto, ha sbalordito per l’emissione in pianissimo degli acuti e la sicurezza nella voce. Il controllo totale del suo strumento la conferma come una delle voci più interessanti del panorama lirico italiano.

Partenza un poco in sordina, invece, ma con una buona capacità di ripresa per il bravo tenore Raffaele Abete. Il suo Duca di Mantova, affascinante e prepotente, ha dato il meglio di se dove era previsto che fosse richiamando, come era prevedibile e come, in effetti, ha meritato, gli applausi entusiastici del pubblico.

L’esperienza sulla scena del basso Dario Russo è evidente, la voce del suo Sparafucile, capace di essere sorretta dall’orchestra senza mai esserne sommersa, ha reso il personaggio credibile e affascinante in uno scrigno di colori e pulsioni indispensabili ad una buona resa.

Bene Riccardo Palazzo (Matteo Borsa), Agostina Smimmero (Maddalena), Sabrina Messina (Contessa di Ceprano/Giovanna), Giovanni Gugliardo (Marullo), Gaetano Triscari (Monterone) e Giovanni Giuga (Conte di Ceprano).

La buona prova del coro selezionato e diretto da maestro Gaetano Costa ha fornito un eccellente esempio di esecuzione verdiana. Risultato indiscutibile di studio e dedizione.

La regia

Cosa che invece ha penalizzato da un punto di vista puramente scenico è l’eccessiva libertà, se non proprio mancanza di direttive adeguate, lasciata ai movimenti dei cantanti, rendendo evidente l’esperienza di alcuni, abituati dalla carriera a movenze ed espressioni adeguate al loro ruolo e alla melodrammaticità richiesta e l’approssimazione recitativa di altri che non di rado sembravano prestati da un’opera comica. La regia di Bruno Torrisi per questo Rigoletto è stata caratterizzata anche da scelte discutibili se non proprio non necessarie. Ma in generale si è attenuta alla drammaturgia e al tempo dell’azione. Questo è punto di enorme merito nel panorama delle regie d’opera del nostro giovane secolo.

In generale è stata una buona prova. Considerando le difficoltà naturali di un festival appena nato, ci aspettiamo  grandi cose per quello che vorremmo diventasse nel tempo di importanza nazionale. I presupposti ci sono tutti. Il festival ha ancora un appuntamento il 29 luglio col concerto lirico Le grandi voci del Sesto Senso .

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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