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Rendiconto: meno di mezzo Consiglio vota sì

L’amministrazione Bianco “vince: con meno di mezzo consiglio comunale presente. E così una delibera fondamentale, il rendiconto 2016, passa a pochi minuti dalle mezzanotte con sedici sì, quattro no e due astenuti. Nel mezzo polemiche, annunci di denunce e ricorsi, sarcasmi, tentativi di giustificare quanto si fa fatica a giustificare.

Ma questa è l’amministrazione Bianco, che nel suo ultimo anno passa dall’ennesima inaugurazione di un’opera fatta da altri, dal centrodestra di Scapagnini e Tuccio D’Urso (il raddoppio ferroviario di Ognina) all’ennesima “pagina da dimenticare” di una giunta che arranca, affanna e s’affanna, subisce rinvi su rinvi (martedì era mancato il numero legale due volte) e soprattutto suscita più di un dubbio sulla legittimità del suo operato.

Ci penserà la magistratura? L’attesa fiduciosa – così si dice – non mancherà nemmeno stavolta.

Come già visto, anche stavolta, dal Palazzo si è sollevata l’urgenza dei pagamenti degli stipendi dei comunali: un “cuore grande” si direbbe, davvero solidali e premurosi. Era già accaduto, come ricordato dal consigliere Niccolò Notarbartolo (Pd) che ha spiegato la sua posizione (è andato via al momento del voto) ripercorrendo la vicenda della Multiservizi, il contratto di servizio.

“In quella circostanza – ha ricordato Notarbartolo – ci era stato detto che avevamo sulle spalle gli stipendi di centinaia di padri di famiglia. Poi la stessa cosa col contratto Sostare: ancora centinaia di padri di famiglia. Adesso abbiamo sulle spalle quattromila dipendenti comunali, tutti padri di famiglia. Prendo atto che bastano i dipendenti del Comune e quelli delle partecipate a risolvere il problema demografico in città”.

Dall’altra parte, l’assessore comunale al bilancio Salvatore Andò a cercare di spiegare, giustificare, difendere quanto fatto, ricorrendo ad una sorta di “autoelogio” dell’amministrazione che fa a pugni con quanto accaduto in questi giorni. E anche prima.

Ma questa è Catania nel suo “anno di grazia” 2017, nel pieno di una crisi politica e sociale, ma senza una vera alternativa all’orizzonte. Il “governo” di Bianco resta così quello di sempre: un notabile di provincia che racconta una città che non esiste e cerca da tempo di aggregare consenso ricorrendo anche alle menzogne della sua illegale “macchina della propaganda”. Che sembra interessa a pochi o a nessuno.

A parlare restano in pochi: accade da anni. Nella “città degli amici” e degli indifferenti, alza la sua voce Sebastiano Arcidiacono, vicepresidente del consiglio comunale che fa interventi che potrebbero andare bene in una città europea, in un posto dove le persone hanno rispetto degli altri e di sé stessi. E, invece, Arcidiacono parla a Catania. E dice cose vere. E gravi, a partire da quanto accaduto in tema di tempistica – davvero surreale – per votare l’atto: Arcidiacono sottolinea la violazione di legge su questo.

E aggiunge: «Forse, a questo punto sarebbe bene proporre di abolire direttamente il Consiglio comunale, visto che alcuni colleghi vogliono votare per fede». All’orizzonte la magistratura, alla quale si rivolgerà anche Manlio Messina capogruppo di “Fratelli d’Italia”, come già detto martedì. Dalle poche voci di autentica opposizione si fa riferimento ad un “consiglio sotto ricatto”.

Alla fine, al voto va la maggioranza. E l’opposizione –dicono che sia opposizione- di “Grande Catania”, i “lombardiani”. Che restano in aula. E votano “no”. Enzo Parisi (che lancia l’idea di una “sottoscrizione per mandare il sindaco e la giunta a Lourdes”), Giuseppe Castiglione, Andrea Barresi, Sebastiano Anastasi.

Alla fine, anche senza di loro, il numero legale ci sarebbe stato lo stesso: ma di legale anche stasera c’ è stato solo il numero?

 

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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