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Processo Lembo: ecco le parole della Cassazione. IL TESTO

La sentenza della seconda sezione della Corte di Cassazione (Presidente Antonio Esposito) che ha annullato con rinvio la sentenza di appello sul processo cosiddetto Lembo contiene alcuni passaggi davveri “duri” sull’operato dei giudici di secondo grado di Catania. Ecco il passaggio più significativo:

“…Nel merito la doglianza del P.G. è all’evidenza fondata: per quanto incredibile possa apparire, la sentenza impugnata non si limita a non esaminare le doglianze costituenti oggetto degli appelli del P.G. (più sintetico) e del P.M. (particolarmente articolato, ed innanzi riportato nell’ambito del riepilogo delle odierne censure del P.G.: cfr anche ff. 10-63 del ricorso) territoriali, ma non fa cenno alcuno (né in motivazione, né persino in dispositivo) alla loro esistenza, il che integra gli estremi di un tradizionale caso di scuola (purtroppo concretizzatosi, e proprio nell’ambito di un procedimento riguardante oggettivamente fatti di particolare gravità) di motivazione del tutto omessa, ed appare ancor più incredibile, ove si tenga conto del fatto che il P.G. territoriale aveva avuto necessità di ben quattro udienze per portare a compimento la propria requisitoria, a conclusione della quale aveva rassegnato articolate conclusioni, purtuttavia del tutto ignorate dalla Corte di appello.

Quanto accaduto, all’evidenza verificabile ex actis, acquista connotazioni di gravità se possibile ancor maggiori, ove si consideri che, mentre il dispositivo letto in udienza dava conto dell’esistenza dei predetti gravami del P.G. e del P.M. territoriali e del loro rigetto, quello riportato in calce alla sentenza impugnata, illegittimamente difforme, non li ha neanche menzionati.

Tutto ciò inficia irrimediabilmente la legittimità della sentenza impugnata, senza necessità di alcun ulteriore rilievo…”

Parole molto “forti”, davvero una “stroncatura” poco usuale da parte degli ermellini della Suprema Corte: del resto, la Procura Generale, nel corso dell’udienza, ha avuto altrettanto espressioni “dure”, augurandosi –è stato il senso delle parole- di non vedere più sentenze di questo tipo.

La sentenza della Corte d’appello di Catania (ci vollero 15 mesi per “partorire” 23 pagine!) aveva ribaltato, in grande parte, quella di primo grado. Mentre erano state confermate le condanne nei confronti del falso pentito Luigi Sparacio (6 anni e 4 mesi) e dell’ex magistrato Marcello Mondello (7 anni), era stata disposta l’assoluzione del maresciallo dei carabinieri Antonio Princi (imputato di calunnia nei confronti dell’avv. Colonna e del collaboratore Paratore), ed era stata dichiarata la prescrizione nei confronti dell’imputato eccellente, l’ex sostituto procuratore nazionale antimafia Giovanni Lembo perché ritenuta insussistente l’aggravante mafiosa applicata dal Tribunale. Per il presidente della Corte, Santangelo, Lembo ha favorito mafiosi del calibro di Luigi Sparacio e Michelangelo Alfano, ha formato atti falsi, ha integrato abusi d’ufficio e calunniato un denunciante ma soltanto per avvantaggiare i mafiosi e non la mafia.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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