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Processo “Dionisio”: nuovi collaboratori da sentire

Sì alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, insomma entrano nel processo i verbali di una serie di collaboratori di giustizia: questa l’ultima notizia dal dibattimento di secondo grado, davanti alla terza sezione della Corte d’Appello(Presidente Giuliana Fichera, a latere Dagnino e Zumbo) nato da un “troncone” dell’operazione “Dionisio”, dopo un clamoroso “annullamento” in Cassazione.

Si tratta dei verbali di Santo La Causa, Paolo e Giuseppe Mirabile, Giuseppe Laudani, Ignazio Barbagallo, Eugenio Sturiale: il 19 febbraio si comincia con Paolo Mirabile. Fra la produzione dell’Accusa c’è anche quanto riferito dal dichiarante Enrico Maltauro, imprenditore.

In totale sono dieci gli imputati: oltre al capomafia Benedetto Santapaola, Venerando Cristaldi, Santo Di Benedetto, Ercolano Aldo, Mario e Salvatore, Eugenio Galea, Santo Giammona, Michele Sciuto, Vincenzo Basilotta. Quest’ultimo è il noto imprenditore di Castel di Judica, per cui il reato era stato derubricato in Appello da associazione a delinquere di stampo mafioso a concorso esterno.

Questo processo ha una storia travagliata.

Nel novembre del 2012,  la decisione fece scalpore: dalla Cassazione arrivò un “mezzo terremoto”. La sesta sezione penale della Corte di Cassazione (Presidente De Roberto) annullò, con rinvio, la sentenza pronunciata dalla prima sezione penale della Corte d’Appello di Catania, il 9 giugno 2011, sul troncone principale, con rito ordinario, del processo cosiddetto “Dionisio”, la megainchiesta della Procura della Repubblica di Catania, scattata nel luglio 2005.

La decisione riguardava, nello specifico, il reato di associazione mafiosa, contestato a Benedetto Santapaola, nella qualità di capo della omonima famiglia affiliato a Cosa Nostra.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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