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Processo Borsellino, “parlano” le agende del generale

«Non erano agende di lavoro, ma agende mie personali in cui segnavo l’attività che svolgevo, di cui è stato fatto un uso molto più ampio di quello che doveva essere fatto!». È stizzito, il generale Mario Mori, nel rispondere alla domanda dell’avvocato Fabio Repici: quelle quattro agende – dal 1991 al 1994 – le ha consegnate lui, Mori, ai magistrati di Firenze, Caltanissetta e Palermo, per dimostrare la linearità dei propri comportamenti e del Ros dei Carabinieri in quei fatidici anni di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, ed è andata a finire, come precisa il suo legale, l’avvocato Basilio Milio, che da esse «si traggono, guarda caso, elementi tutti a carico del prefetto Mori».

Lunedì 22 dicembre 2014, aula bunker di Caltanissetta, davanti alla Corte d’assise presieduta dal giudice Antonio Balsamo si tiene il processo “Borsellino quater” scaturito dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ha sbugiardato il falso pentito Vincenzo Scarantino. Al banco dei testimoni si susseguono il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. Come il 4 febbraio, ma allora era stata una pura formalità: i due si erano avvalsi della facoltà di non rispondere e se n’erano subito tornati a casa. Poi il colpo di scena: l’avvocato Repici, che rappresenta Salvatore Borsellino (fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio), individua un errore procedurale e chiede che Mori e De Donno siano riconvocati come testimoni assistiti da un legale di fiducia. Contrari la Procura, le altre altre parti civili e i difensori degli imputati. Ma la Corte d’assise gli dà ragione, revoca la precedente ordinanza e ne emette una nuova: i due ex ufficiali del Ros devono tornare in aula.

Lunedì 22 dicembre, dunque. Prima tocca a Mori, assistito dall’avvocato Basilio Milio; lo interroga il sostituto procuratore Gabriele Paci. Il Pm pone la domanda, il legale spiega sinteticamente perché l’argomento è connesso con le imputazioni nei processi palermitani, il presidente Balsamo chiede al teste se intende rispondere e quest’ultimo scandisce: «Non intendo rispondere». Sembra un rito, cambia solo l’oggetto delle domande: l’informativa del Ros su mafia e appalti del 1991, i rapporti con Falcone e con Borsellino, quelli con Liliana Ferraro e con Fernanda Contri, gli incontri con Vito Ciancimino e con il figlio Massimo, i contatti fra il maresciallo Giuliano Guazzelli (ucciso il 4 aprile 1992) e l’ex ministro Calogero Mannino, le intimidazioni ricevute da quest’ultimo durante i primi mesi del 1992, la contrapposizione fra ala militare e ala dialogante dentro Cosa nostra. Una mera formalità che si consuma in una ventina di minuti, all’insegna del «non intendo rispondere».
Sembra finita, anche se ancora tocca alle altre parti processuali porre domande. Ma se l’andazzo è quello, c’è poco da aspettarsi e prepararsi a un analogo interrogatorio di De Donno.

L’avvocato Repici aveva già affilato le armi in apertura d’udienza, dopo che il Pm aveva chiesto l’acquisizione al fascicolo del dibattimento di un paio d’interrogatori del generale davanti alla procura di Calanissetta e di altrettante memorie difensive già presentate da Mori a Palermo, nel processo per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso (31 ottobre 1995), ma il legale si era opposto all’acquisizione delle memorie: potrebbero contenere menzogne e, in ogni caso, sono contrarie al dettato dell’articolo 111 della Costituzione in cui si stabilisce che la prova debba essere formata nel contraddittorio fra le parti. Richiesta accolta, i monologhi del generale non entrano nel processo.

Tocca all’avvocato di Salvatore Borsellino, controinterrogare. Si comincia con una serie di dati apparentemente asettici, col curriculum professionale di Mario Mori dal suo ingresso nell’Arma sul finire degli anni Cinquanta, fino al 1992, anno delle stragi siciliane. Quegli avanzamenti di carriera però non sono asettici: fissano date, luoghi, funzioni, relazioni con altri ufficiali dell’Arma; per Repici diventano fili da dipanare per verificare l’attendibilità del teste, intavolando un confronto in punta di codice di procedura penale col suo collega Milio e spuntandola quasi sempre. Incrociando le tappe dell’ascesa professionale con gli appunti contenuti nelle agende del generale. Così le agende diventano protagoniste, come lo sono state, in un’altra udienza, quelle sequestrate nel 1992 a Bruno Contrada, l’ex dirigente del Sisde già condannato a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e sfiorato dalle indagini sulla strage di via D’Amelio e da quelle sulla trattativa. Parlano, le agende. Come l’agenda grigia di Paolo Borsellino, anch’essa già parte del fascicolo processuale, a differenza di quella rossa nella quale il magistrato appuntava la progressione dell’indagine personale sulla strage di Capaci, sottratta dalla sua borsa il 19 luglio 1992 e mai più ritrovata.

Esplora fili invisibili, Repici, fili che attraversano la storia d’Italia, dagli anni del terrorismo a Torino fino al biennio delle stragi del 1992-93. Esplorandoli li svela, li annoda a fatti, a date, a nomi, a vicende e personaggi apparentemente scollegati, trasformandoli in tessere di un mosaico che ha come cornice l’antica inchiesta palermitana sui «Sistemi criminali» e le più recenti scoperte sulle deviazioni di apparati dello Stato (dal «Protocollo farfalla» ai presunti trascorsi piduisti di Mori), inquadrabili nell’ambito della cosiddetta trattativa Stato-mafia, cioè nel presunto movente della strage di via D’Amelio.

Milio tenta di arginare gli assalti del collega: questo argomento non è nel capitolato di prova della Procura, quest’altro è collegato col capo d’imputazione di Palermo: «Rimanerne al di fuori è impossibile», sostiene, dopo avere elencato tutte le vicende connesse con i processi di Palermo. Non la pensa così, Repici. E, di volta in volta, dopo che i duellanti hanno esposto le proprie ragioni, il presidente Balsamo dà spesso il via libera alle domande del legale di parte civile.

Il controesame, come dicevamo, tende a minare la credibilità del testimone, come avviene quando Repici chiede a Mori a quando risalga la propria conoscenza con Luciano Violante, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che 17 anni dopo i fatti, in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, rivelò ai magistrati di Palermo che, nell’autunno del 1992, Mori gli avrebbe chiesto di incontrare privatamente Vito Ciancimino ma lui rifiutò. Versione dei fatti negata dal generale, il quale ha sostenuto di avere contattato Violante per comunicargli che Vito Ciancimino intendeva essere ascoltato dalla Commissione da lui presieduta, richiesta che l’ex sindaco mafioso di Palermo effettivamente poi fece pervenire. Ma non è questo il punto su cui verte la domanda di Repici, ché Mori e Violante si conobbero a Torino, negli anni in cui imperversava il terrorismo brigatista.

Violante, che ha testimoniato lo scorso 11 novembre, ha sostenuto che Mori gli sarebbe stato presentato da Gian Carlo Caselli, giudice istruttore a Torino, negli anni in cui anch’egli era giudice istruttore, cioè entro il 1977, ché dopo chiese di essere collocato fuori ruolo per andare a lavorare al ministero della Giustizia, prima di candidarsi alla Camera, nelle liste del Pci, dove fu eletto nel 1979. Mori, dal canto suo, ha dato una versione simile, collocando la conoscenza nel 1978, «tramite Caselli o Laudi» (un altro magistrato) con cui avrebbe lavorato negli anni del terrorismo, non ricordando se Violante fosse giudice istruttore o altro («Non ho mai lavorato con lui»), comunque «non mi sembrava un uomo politico». Per Repici, fra le due versioni ci sarebbe «una insanabile contraddizione» che va chiarita in un confronto fra i due testimoni. La Corte si è riservata di decidere.

Se avesse ragione Violante, non si capisce quali indagini antiterrorismo facesse a Torino l’allora capitano Mori, all’epoca in servizio al reparto radio mobile dei Carabinieri di Napoli. Ma anche il ’78 sembra difficilmente giustificabile, considerando che l’antiterrorismo di Roma non lavorava su Torino. Che ci faceva Mori fuori dal suo territorio di competenza?

Anche durante il controesame del colonnello Giuseppe De Donno – dopo che l’esame del Pm Stefano Luciani era sostanzialmente andato come quello di Paci con Mori –, Repici ha usato il curriculum come spunto per scandagliare la credibilità del testimone e, alla fine, quando, su richiesta della Procura e il consenso delle parti, sono stati acquisiti alcuni vecchi interrogatori dell’ufficiale ai magistrati di Caltanissetta, il legale di Salvatore Borsellino si è concentrato su alcune frasi contenute in un interrogatorio del 20 gennaio del 1998, in pieno scontro fra la Procura di Palermo diretta da Caselli e il Ros di Mori e De Donno, in seguito all’inizio della collaborazione di Angelo Siino, l’ex «ministro dei lavori pubblici di Totò Riina».

«Mi risulta personalmente – legge Repici – che il dott. Lima aveva cercato di mettersi in contatto proprio col dott. Borsellino, nel quale evidentemente riponeva assoluta fiducia, per renderlo edotto delle accuse del Li Pera nei confronti di altri magistrati della Procura di Palermo, in relazione della gestione del processo mafia-appalti. Ciò mi risulta – prosegue Repici, leggendo il verbale di De Donno – per averlo appreso direttamente dal dott. Lima con cui ero a quel tempo in quotidiani rapporti in dipendenza delle esigenze delle indagini. Non posso dire con certezza se vi sia stato un incontro o una telefonata al riguardo tra il dott. Lima e il dott. Borsellino; tuttavia ho la certezza che comunque le nuove acquisizioni siano pervenute alla conoscenza del dott. Borsellino perché in quegli stessi giorni ne feci cenno al dott. Scarpinato, da me incontrato in via Veneto a Roma. Si trattò di una conversazione molto confidenziale e riservata, oltre che estremamente generica sui contenuti. Tuttavia io – avendo assoluta fiducia nel dott. Scarpinato – ritenni giusto fargli un accenno al fatto che il Li Pera stava coinvolgendo nelle sue dichiarazioni alcuni magistrati della Procura. Il dott. Scarpinato mi anticipò che ne avrebbe accennato al dott. Borsellino e di ciò mi diede conferma in un successivo incontro. Su vostra domanda preciso che l’incontro in via Veneto non fu casuale ma provocato da me. Approfittai, al riguardo, di un’occasione nella quale il dott. Scarpinato si trovava a Roma per altra attività lavorativa. Quando, dopo l’incontro di via Veneto, il dott Scarpinato mi disse di avere parlato col dott. Borsellino, aggiunse che questi era, al pari del dott. Scarpinato, contento del fatto che le indagini consentite dalle nuove dichiarazioni del Li Pera contribuissero a far luce sull’anomala gestione che l’inchiesta mafia-appalti aveva avuto a Palermo. Aggiungo che di questi miei incontri col dott. Scarpinato informai il dott. Lima».

I fatti illustrati si sarebbero svolti tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, dopo che una lettera anonima inviata al Pm etneo Felice Lima aveva messo il magistrato sulle tracce del geometra Giuseppe Li Pera, capoarea siciliano della Rizzani De Eccher, megaimpresa di Udine coinvolta nell’inchiesta del Ros su mafia e appalti. Li Pera era in carcere, fatto arrestare un anno prima dai Pm di Palermo insieme con altri sei mafiosi fra i quali Siino, inizia a collaborare con Lima. Il «dott. Borsellino» citato nel verbale è Paolo Borsellino.

Il giudice Lima, interpellato da “L’Urlo”, ha smentito De Donno: «Non è vero che gli dissi di avere informato Borsellino delle dichiarazioni del geometra Li Pera, non feci in tempo, fu ucciso prima. È vero che chiesi a De Donno di contattare Scarpinato e accennargli della collaborazione di Li Pera, in considerazione del fatto che mi sembravano amici – il capitano, quando ne parlava con me, lo chiamava Roberto – ma non posso sapere se gli parlò e cosa gli disse».

Dallo scarno sito internet del generale Mario Mori, chiunque può scaricare e consultare la salomonica sentenza della Gip di Caltanissetta Gilda Loforti sul conflitto Ros-Procura di Palermo, emessa il 27 gennaio 1999 e contenente la completa sconfessione di De Donno: «Solamente a distanza di tanti anni ha narrato del suo incontro romano con il dott. Scarpinato, finalizzato ad informare il dott. Borsellino delle accuse rivolte dal Li Pera ai magistrati di Palermo, benché, nell’ambito del procedimento nel quale il De Donno fu sentito nel 1993, anche il dott. Scarpinato rivestisse la qualità di indagato e sarebbe stato, quindi, doveroso rappresentare, già a quell’epoca, tali circostanze. Ed è, dunque, ovvio e legittimo che, oggi, si obietti che l’incontro con il dott. Scarpinato non è avvenuto e che non aveva ragione di avvenire nei termini e per le finalità illustrate dall’Ufficiale, tenuto conto che, dagli atti del presente procedimento, emerge che le prime dichiarazioni del Li Pera, circa il coinvolgimento di taluni magistrati di Palermo nella illecita divulgazione della informativa, risultano verbalizzate solamente in data 20.07.1992, all’indomani – dunque – della morte del dott. Borsellino che non poteva, dunque, esserne stato affatto informato».

Questa sentenza, però, non fa parte del fascicolo processuale e l’avvocato Repici, per smentire De Donno, ha chiesto che sia chiamato a testimoniare il dottore Scarpinato, attuale procuratore generale a Palermo. La Corte si è riservata di decidere.

2. Continua

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