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Processo Borsellino, il giorno di Mori e De Donno

Lo scorso 19 novembre non si sono presentati a testimoniare nel processo “Borsellino quater” e, su richiesta del pubblico ministero Nico Gozzo, il presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta, Antonio Balsamo, gli ha inflitto un’ammonizione e una multa di cento euro a testa, disponendo l’accompagnamento coatto qualora, senza un valido motivo, non dovessero presentarsi all’udienza del 22 dicembre. Oggi, quindi, è il giorno del generale Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, chiamati a testimoniare nel processo per la strage di via Mariano D’Amelio del 19 luglio 1992 in cui persero la vita il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.

A differenza dello scorso 4 febbraio, quando i due ex ufficiali del Ros dei Carabinieri furono chiamati nella veste di imputati di reato connesso, oggi non gli sarà possibile avvalersi della facoltà di non rispondere ed essere rapidamente congedati: nella veste di testimoni assistiti, come già Massimo Ciancimino lo scorso 12 febbraio, dovranno sottoporsi a ogni singola domanda delle parti – pubblica accusa, parti civili, difese dei vari imputati e giudici – e, di volta in volta, potranno non rispondere qualora la risposta dovesse potenzialmente ricondurre a una loro responsabilità rispetto ai capi di imputazione contestati nel processo di Palermo sulla trattativa, dove sono imputati – col loro superiore dell’epoca, il generale Antonio Subranni, boss mafiosi ed esponenti politici – di avere voluto «turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano, ed in particolare del Governo della Repubblica» con stragi e altri delitti.

Le domande dei pubblici ministeri Nico Gozzo e Stefano Luciani toccheranno spazieranno dagli incontri con Vito e Massimo Ciancimino che diedero il via al “dialogo” con i vertici dell’organizzazione mafiosa per la cessazione delle stragi, agli incontri con Liliana Ferraro un mese dopo la strage di Capaci, dall’invito di quest’ultima a parlare con Borsellino fino all’incontro segreto del 25 giugno con lo stesso magistrato.

I due processi sono i simboli di trame indicibili di quella stagione della nostra storia di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: quello sulla strage di via D’Amelio nasce dallo svelamento del clamoroso depistaggio messo in atto da apparati dello Stato per impedire l’accertamento della verità, attraverso l’invenzione del falso pentito Vincenzo Scarantino, un balordo di borgata estraneo a Cosa nostra; l’altro, quello sulla trattativa, scaturisce, secondo l’impianto accusatorio, dai colloqui segreti fra pezzi di Stato e i boss per salvare la vita a diversi esponenti politici – primo, l’ex ministro dc Calogero Mannino – all’indomani dell’omicidio Lima.

Mori e De Donno, nel corso degli anni, hanno sostenuto di essersi attivati per evitare altre stragi, mentre per l’accusa sarebbe stata proprio la loro iniziativa, mediata da Vito Ciancimino, a convincere Riina che le stragi pagassero, potessero apportare vantaggi all’organizzazione mafiosa, che il 30 gennaio 1992 aveva subito uno smacco senza precedenti: la Cassazione aveva confermato la sentenza d’appello, infliggendo ai boss 12 ergastoli e oltre 300 condanne a circa 1600 anni complessivi di carcere. Le stragi, dunque, per convincere lo Stato a trattare. È un capitolo inquietante del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, dall’Italia di Lima e Andreotti a quella di Dell’Utri e Berlusconi. È la nostra “caduta del Muro”. Il nostro 11 settembre (del 1973 o del 2001, fate voi). Con la differenza che non si è consumato nel breve volgere di poche ore come il golpe cileno, o in pochi minuti come l’abbattimento delle Twin Towers, né con l’assalto collettivo al simbolo della separazione tra Europa dell’Est e dell’Ovest. Da noi la transizione dal “prima” al “dopo” è stata diluita lungo due drammatici anni segnati dalla violenza terroristica mafiosa. Una stagione della nostra storia che i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze hanno tentato di ricostruire, in questi vent’anni, e sulla quale non hanno mai smesso d’indagare, malgrado depistaggi, silenzi e lo scorrere del tempo che annacqua la memoria e rende più difficoltoso l’accertamento della verità.

Il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno (ma anche il loro comandante dell’epoca, il generale Antonio Subranni), nel bene e nel male, stando all’accusa, sono due personaggi chiave di quella terribile stagione che L’Urlo ha deciso di raccontare, parallelamente alle cronache dei cinque processi attualmente in corso a mafiosi e uomini delle istituzioni, incentrati sui fatti del biennio 1992-1993.

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Redazione

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