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Processo Angelo Lombardo: il pentito d’Aquino parla di mafia e politica

Doveva essere l’udienza in cui sentire i politici: invece, tutto rinviato. Ma la politica, o meglio la malapolitica è venuta fuori. Anche se sono solo le parole di un collaboratore di giustizia, per giunta imputato. Il pentito si chiama Gaetano D’Aquino (un tempo killer del clan Cappello, poi preso da una sorta di “crisi esistenziale”o simili), il processo, davanti ai giudici della prima sezione del Tribunale di Catania (presidente Grazia Caserta) è quello per concorso estenro in associazione mafiosa e voto di scambio per l’ex parlamentare nazionale dell’Mpa, Angelo Lombardo (presente in aula, al fianco dei suoi difensori avv. Pietro Granata e Calogero Licata), fratello del più noto Raffaele, già presidente della Regione Siciliana e condannato in primo grado a sei anni e otto mesi per le stesse ipotesi di reato (è in corso l’appello).

Imputati con Angelo Lombardo, sono anche, oltre a D’Aquino, i boss Rosario Di Dio, il rappresentante provinciale di Cosa Nostra catanese Vincenzo Aiello e il geologo Giovanni Barbagallo. A sostenere l’Accusa i Pm Antonino Fanara e Agata Santonocito.

Il 25 gennaio prossimo sarà sentito (l’altro giorno è stato assente ufficialmente per motivi di salute, come riferito dal suo legale Carmelo Galati), in qualità di testimone, l’attuale capogruppo in consiglio comunale di “Con Bianco per Catania” Alessandro Porto, già chiamato in causa, tre anni fa, durante il processo, allora per reato elettorale, ai fratelli Lombardo, da Gaetano D’Aquino per una storia di presunto scambio voti-posti di lavoro in cooperativa.
La posizione di Porto è stata archiviata il 31 luglio 2013 dal Gip Francesca Cercone, su richiesta della Procura della Repubblica. Il 14 agosto del 2013 Porto è diventato capogruppo di “Con Bianco per Catania”.
Nella precedente amministrazione di centrodestra Porto, legato all’Mpa in quota Giovanni Pistorio, era presidente della commissione urbanistica. Lo stesso Pistorio doveva essere sentito nell’ultima udienza del processo, ma ha inviato una comunicazione spiegando per la sua assenza per motivi istituzionali legati alla sua funzione di assessore regionale agli enti locali.

L’udienza, quindi, è stata dedicata in gran parte a sentire D’Aquino, collegato in videoconferenza. Oltre due ore di parole, per raccontare, in sintesi, la sua vita criminale (da Cosa Nostra, all’’ndrangheta, al ruolo di vertice nel clan Cappello) e poi episodi, aneddoti, dichiarazioni (a dire dell’imputato) che hanno fatto da cornice ad anni di campagne elettorali, affari, interessi sporchi. Tutto, ovviamente, a dire del collaboratore-imputato.
“Io ad Angelo Lombardo non l’ho mai voluto incontrare. Mi mandò a chiamare due volte tramite Gaetano D’Antoni detto Calimero”. Chi era questo “Calimero”?”Il portaborse di Lombardo”-lo ha definito così D’Aquino. Il pentito ha ribadito accuse già riferite in aula al processo contro Raffaele Lombardo. Ecco allora i nomi di Salvatore Vaccalluzzo (definito “usuraio”, ucciso da lui stesso nel giugno del 2006) e di Sebastiano Fichera, mafioso ucciso il 26agosto del 2008. “Doveva sistemare il figlio in un’azienda ospedaliera – ha detto D’Aquino riferendosi a Vaccalluzzo – ma il suo riferimento nel 2006 cambiò in Giovanni Pistorio”. Che sarebbe stato “il politico per cui dovevamo portare i voti”. Poi, il “pentito” ha ricordato nuovamente un incontro che sarebbe avvenuto proprio il giorno della promozione in serie A del calcio Catania, nel 2006: “ci incontrammo al bar Renna in zona Vulcania con Vaccalluzzo, Alessandro Porto e Peter Santagati. Io portai una lista con nomi, cognomi, indirizzi e date di nascita delle persone che andarono a votare”. Voti che sarebbero andati a Giovanni Pistorio. Come già fatto tre anni fa, Gaetano D’Aquino ha detto che Sebastiano Fichera “prese 120mila euro da Ascenzio Maesano e per la sua campagna elettorale si attivarono anche Gianpiero Salvo e la famiglia Arena di Librino”. Il riferimento è quello delle elezioni regionali del 2008.

Maesano ha sempre respinto queste accuse: tre anni fa, dopo quanto riferito in aula da D’Aquino al processo per reato elettorale ai fratelli Lombardo, annunciò denuncia contro D’Aquino.
Per oltre due ore, D’Aquino ha parlato di presunti interessi mafiosi su molte cose: dall’Interporto, ai posti al mercato, al mercato ittico. Ma come già capitato, alla fine, lo scambio politico-mafioso si sarebbe, alla fine, concretamente realizzato in un solo caso: il posto in una ditta di pulizia per il cognato di Sebastiano Fichera Giuseppe Cocimano. Non sarebbe mancata ovviamente nemmeno una cena elettorale per votare Mpa.
D’Aquino ha parlato anche di Angelo Santapaola, cugino di Nitto e personaggio in ascesa prepotente, fermata dalla sua uccisione nel 2007: “si sentiva il capo di Catania –ha detto il pentito- con lui affrontammo l’argomento Mpa al bal Lanzafame ma mi disse che aveva anche un’altro politico del Pdl vicino che era anche amico di mio zio, anch’esso affiliato». Il nome, già fatto nel processo per voto di scambio semplice ai Lombardo, è quello dell’ex deputato regionale Pippo Limoli.

Dopo D’Aquino è stato sentito, in qualità di teste, l’imprendiore Peter Santagati: il suo nome è legato alla cooperativa “Creattività” che nel 2006 si occupava del servizio di spazzamento a Catania. Santagati è stato il datore di lavoro di Gaetano D’Aquino e del fratello Gianfranco, ex consigliere di quartiere dell’Mpa. Un punto centrale della deposizione, su domanda del Pm Santonocito, è il licenziamento –e poi il ritorno a lavoro- di Massimo Faro nel 2007. Perché? Santagati ha risposto parlando di un atteggiamento che lo fece “impietosire”. Per Gaetano D’Aquino, invece, si sarebbe trattato di un posto voluto da Angelo Lombardo.
Il collaborante, però, è stato smentito sul punto da Peter Santagati, sentito immediatamente dopo. Il teste ha infatti dichiarato di non aver mai parlato con D’Aquino di politica e, in sede di controesame, ha precisato di non aver partecipato ad alcun incontro di natura politica con il pentito.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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