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Processo ai Lombardo, Toti: “La mia candidatura contro i pregiudizi sul ‘figlio di…”

Quarantatre minuti di difesa, pacata, nei modi e nei toni, sotto l’occhio vigile del padre, in aula, in mezzo al pubblico: oggi pomeriggio, Toti Lombardo è tornato in aula, alla ex pretura di Catania, per il processo, davanti al giudice Laura Benanti, che lo vede imputato assieme al padre Raffaele. Voti per posti di lavoro, l’ipotesi dell’Accusa, con i Pm Rocco Liguori e Lina Trovato: a difendere i Lombardo, invece, gli avvocati Salvo Pace e Mario Brancato. In aula, un po’ di cronisti, un paio di poliziotti in borghese ad osservare il tutto: su tutto un gran caldo. Toti Lombardo, completo blu, barba folta e movenze che ricordano tanto il “noto genitor” usa parole felpate: si aiuta con una scaletta. Parte spiegando la dinamica della sua candidatura, parla del contesto generale (“clima di antipolitica”), insomma di “crisi generale”, poi insiste su un punto: la decisione di “gareggiare” arriva sulla scorta di una grande cautela, di attenzione nelle forme e nei modi. Perché? Per il pregiudizio che lo vuole “figlio di…” , all’interno di una “campagna mediatica” che arriva a paragonarlo al “Trota” (riferimento al figlio di Umberto Bossi). Nessuna “esposizione in pompa magna” quindi da parte sua. Sebbene – lo ricorda più volte- venga data per certa o quasi la sua elezione. Ma i voti vengono dirottati altrove, non da pochi grandi elettori del suo movimento e nello stesso tempo c’è chi vuole votarlo. Per bisogno, per vecchia militanza. Nelle sue parole c’è il ricordo nitido di Ernesto Privitera, l’esponente autonomista che, secondo l’Accusa, dopo le ragionali, si lamenta accusando Lombardo di non avere mantenuto la promessa di assumere, in cambio di voti, alcuni parenti. Uno, Giuseppe Giuffrida, poi effettivamente assunto in una società di nettezza urbana: un posto da precario.

Ma chi è questo Ernesto Privitera? Un personaggio da decenni vicino a suo padre –a sentire Toti Lombardo. Che lo ricorda come persona presente più volte nel suo ambiente familiare (“portava i pasticcini a mio padre” –racconta Raffaele Lombardo preso al volo in mezzo al pubblico). A sentire Toti Lombardo una condizione di difficoltà (“casi umani”?) quella che starebbe al fondo delle azioni di queste persone.

Il processo riprenderà il 14 maggio, quando sarà sentito, come testimone della Difesa, l’ex sottosegretario ai trasporti Pippo Reina, responsabile autonomista a Misterbianco. Il Tribunale lo ha ammesso (i Pm non si sono opposti) malgrado non fosse nella lista testi presentata da Lombardo. Una lista che è stata sfoltita di cinque: restano da sentire Francesco Luca, Salvatore Currao, Carmelo Tagliaferro, Mario Giuseppe Chisari, Margherita Ferro e Francesco Saglimbene.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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