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“Emergenza caldo” alla ex pretura: la “Catania ” dei “cavalieri” colpisce ancora

Cosa c’è di legale nella sede della ex pretura di Catania? Cosa è a norma e cosa no nella struttura passata agli “onori” della cronaca per l’insufficienza nell’aerazione nei giorni del caldo torrido e nel conseguente disagio che ha provocato il rinvio di decine e decine di processi? Apparentemente, quindi, sarebbe un problema tecnico, una questione di trasformatori insufficienti, di impianto elettrico che si guasta e poi si aggiusta, di costi ministeriali (si parla di una spesa complessiva per superare il problema di circa 60 mila euro): ma a girare dentro la ex villa Liberty trasformata in ufficio giudiziario negli “anni ruggenti” della “Catania dei cavalieri” (in questo caso Francesco Finocchiaro fu l’artefice), le domande sorgono spontanee.

Ad esempio, in caso di incendio, nei piani superiori cosa accadrebbe? O meglio: chi si salverebbe? Ma questa è solo uno dei quesiti che potrebbero farsi: tutta la struttura appare poco –o per nulla- compatibile per un ufficio del genere. Ha segnalato la Funzione pubblica della Cgil, con una nota firmata dal segretario generale Gaetano Agliozzo e dalla responsabile del dipartimento Giustizia, Giovanna Marù:
“le temperature afose di questi giorni impediscono il normale svolgimento dell’attività giudiziaria. A ciò, vanno ad aggiungersi le condizioni di un edificio in cemento armato inadeguato, inidoneo, privo degli standard di sicurezza, caratterizzato in particolare, dalla insufficiente aerazione ed illuminazione. Facciamo soprattutto riferimento agli uffici ubicati al piano terra nei quali luce ed aria entrano esclusivamente attraverso degli oblò collocati sul tetto, così come polveri, insetti vari, terriccio, visto che sulla sommità del palazzo si é formato una sorta di ‘giardino incolto’ con tanto di sterpaglie secche che possono essere foriere di pericolosi incendi. Anche questa è una conseguenza di mancanza di pulizia e di manutenzione…”.

Ma a Catania si è fatto pure questo: dicono che era ed è legale. Poi, però, ci sono i disagi dell’utenza e del personale amministrativo: i magistrati? Pare che per non pochi di loro il “problema caldo” sia stato risolto: del resto, la legge è uguale per tutti.
Le verità che si possono raccontare in una città omertosa e paramafiosa come Catania sono squarci di uomini –pochi- trattati come “pazzi” (o peggio). Come il caso del Presidente del Tribunale dei Minorenni Giambattista Scidà. Ecco quanto scriveva a proposito della ex pretura, da lui denunciata per anni come “madre” di tante cose.

Per capire il “Caso Catania” “…I f a t t i
cap. I : da “via Crispi” a “viale Africa”
L’appalto di una nuova sede, proprio per la Pretura, in via Crispi, fu denunciato con clamore come variamente illegale : dal prof. D’Urso, Direttore del Dipartimento Urbanistica dell’Università, da un gruppo di architetti e da molti giornalisti; in Consiglio Comunale ne fu fatta critica serrata : ma nessuno si mosse, né la Procura , né i Pretori. Esortato da un giornale ad agire, Gennaro tacque. L’appaltatore trionfò.

Nella storia della città quell’inerzia fu come una spezzata, come una curva a gomito. Le forze dominanti potevano ora guardare senza preoccupazione alla “magistratura progressista” (l’espressione è nelle cartelline dell’imprenditore Rendo, cadute in sequestro a Roma). Costituì, quell’inerzia, una tappa di cruciale importanza nella costruzione della pax cathinensis, la pace di una comunità senza “eretici”.

Se si fossero impegnati nel contrastare, avrebbero sfidato, nello stesso tempo, le forze politiche ed economiche egemoni e la mafia (inquietante era infatti per la sua composizione la giunta municipale del tempo, proprio dal lato più attivo in quell’affare). All’opposto, l’astenzione da ogni atto di guerra spianava al gruppo e al suo abile proselitismo, la strada del più ampio successo, nella triplice direzione, della conquista di un seggio in CSM, come oggetto di permanente appannaggio, dell’accesso a posti-chiave della Procura della Repubblica e della scalata dell’ANM.

Vero è che la caduta di prestigio fu netta; vero è anche che isolati autori di anonimi sfruttarono l’aura di grande tentatrice che avvolgeva l’impresa, per mettere avanti spiegazioni diffamatorie dell’inattività, ma la risonanza di quegli scritti, archiviati all’unanimità dal CSM, fu tra minima e nulla, e presto le vociferazioni maligne parvero tacersi per sempre.

Il Prefetto di Palermo, Dalla Chiesa, autore della fatidica intervista sulla mafia a Catania e sulle collusioni con essa degli imprenditori catanesi (La Repubblica del 10/08/’82), venne ucciso il 3 settembre, 24 giorni dopo.
Durante la solenne inaugurazione del nuovo edificio, in ottobre, il costruttore potè esaltare, tra gli applausi, i meriti dell’imprenditoria catanese. Dall’interno di quel nuovo tempio della Giustizia il disinvolto artefice di callidi affari replicava al caduto servitore della legalità.

A Dalla Chiesa successe, con poteri di Alto Commissario Antimafia, un ex Questore di Catania, che con i grandi imprenditori locali aveva sempre avuto rapporti scorrevoli, improntati a fiducia reciproca.
Il quotidiano diretto da Giuseppe Fava fu chiuso quell’anno stesso; Fava venne ucciso il 5 gennaio dell’ ’84. Aveva raccolto il testimonio caduto di mano al Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, fondando un mensile di battaglia, sul tema Catania, e radunandovi giovani di valore (col figlio di lui, erano Orioles, i Roccuzzo, Gulisano, Gambino; altri come Faillaci, ancora ragazzo, accorreranno dopo).

La mafia assassina fu buona interprete dei grandi interessi in gioco : quel sangue era necessario al sistema.
Il quotidiano La Repubblica accettò di chiudere il proprio ufficio di corrispondenza e di non metter piede nella provincia etnea con la sua cronaca regionale.
Nel clima creato dalla vicenda della nuova Pretura, l’inchiesta del CSM su Catania, provocata dal prof. D’Urso e dal Comandante della GdF, venne facilmente esorcizzata. Poteva mettere in luce inveterate prassi devianti della Procura Repubblica, ma fu ridotta a tenzone attorno alle responsabilità di due persone.

La realtà di Catania, ben più vasta e più profonda nel tempo, non ne sarebbe emersa per nulla.

Quando Uffici Giudiziari di Torino, competenti per connessione, procedettero penalmente contro magistrati di Catania (dicembre ’84), la protesta unì l’establishment tradizionale e i “progressisti” :tutti pretesero, rumorosamente, che quell’affare fosse consegnato alla Procura della Repubblica di Messina, ex art. 11 CPP.
Il dissenso fu di pochi. Connessione a parte, Messina era a sua volta soggetta, per lo stesso art. 11, alla competenza di Catania; l’autonomia di ciascuna delle due sedi, rispetto all’altra, non poteva non soffrirne. E a Messina occupava posizione eminente un magistrato catanese, già stato a capo di un importante Ufficio della sua città.
Il processo rimase a Torino, e la paziente decifrazione di un diario in sequestro rivelò che l’autore aveva raccomandato un capomafia a colleghi di altre sedi, recandosi a visitarli nei rispettivi uffici. Era uno squarcio nel sottosuolo della “città senza mafia”….”

Tutto normale? Si, in fondo non è successo nulla: il catanese può continuare nella sua vita –alla ricerca del successo individuale- certo che quello che gli capita attorno non lo riguardi. A parte qualche disastro civile e umano.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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