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Politicamente corretto. Lo stalinismo delle buone maniere

“La tolleranza è un altro nome per l’indifferenza.” (William Somerset Maugham)

“Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. (Antonio Gramsci)

La diplomazia è sempre stata una rara virtù universalmente riconosciuta come tale. Evitare di compromettere qualcosa o il rapporto con qualcuno tramite la ponderata comunicazione di concetti che nudi e crudi potrebbero dar fastidio o peggio offendere. Non sbilanciarsi troppo evitando di imbattersi in situazioni spiacevoli o sconvenienti, mettendo d’accordo più soggetti di diversa estrazione intellettuale, ideologica e non solo. Nobile intento ma guai ad abusarne perchè si potrebbe scadere nel “politicamente corretto” ossia la forma più cronica e malata di diplomazia, una moderna inquisizione contro i “cattivi pensieri”. Un rituale, spacciato per buona creanza, ormai invetrato nella mente e nella nella lingua di tutti gli italiani. Da una parte la sincerità scambiata sempre più per turpiloquio, anche quando il turpiloquio non cè e dall’altra parte la frase di circostanza, banale e generica tanto per aprir bocca cercando di raccogliere consensi ed applausi.
L’espressione “politicamente corretto” nasce intorno agli anni 30 negli Stati Uniti, in ambienti di estrazione comunista e sin da subito si pone come scopo la formale sensibilizzazione coatta – tutto ciò sembrerebbe un triplice controsenso – nei confronti di minoranze o soggetti poco fortunati.
Insomma è il linguaggio – ovviamente di facciata e dietro al quale spesso non vi è alcuna buona intenzione – dei pavidi che vogliono piacere a molti e dispiacere a nessuno, un vocabolario spesso insipido, viscido e vuoto di contenuti, quella “igiene verbale” magnificamente descritta dallo scrittore Edoardo Crisafulli, la stessa “cultura del piagnisteo” raccontata dal saggista australiano Robert Hughes.
Essa non è altro che un metodo esportato dalle tribune elettorali ed ormai imposto alle conversazioni da strada, lo stupro della nostra millenaria lingua con la conseguente ulteriore banalizzazione dei rapporti umani , già spesso ipocriti e mediocri per natura. Si perchè non è solo l’oggetto ad essere influenzato da questa vera e propria patologia ma sono i termini ad essere storpiati.

La regola principe di chi vuol galleggiare sempre e comunque tra consenso indiscriminato, perbenismo e buonismo è una sola : il mutare nome alle cose mantenendone però invariata la sostanza, l’adoperare eufemismi e termini socialmente “accettabili”, il non pensare ciò che si esterna ed indignarsi davanti a toni o parole troppo dirette o poco addolcite. Perchè agitare le acque o animare un dibattito quando si potrebbe sfoggiare genericamente la fame in Africa o il cambiamento climatico?
Censurare l’inno nazionale italiano, sostituendo il “siam pronti alla morte” con un più pacifista “siam pronti alla vita” durante l’inaugurazione dell’Expo 2015 di Milano, è un esempio formidabile di un fenomeno ormai inarrestabile. Qualcosa di tragico e non più comico. Si può sorridere ma guai a ridere. La risata potrebbe offendere qualcuno.
Non “capo” ma “coordinatore”. Perché dire “vecchio” quando esiste il più dolce “anziano”? Perché “nero” o “negro” (dal nobile latino “niger -gra –grum”) se qualche anno fa in U.S.A. tali termini sono stati tacciati di razzismo? Perché non usare “verticalmente svantaggiato” – ma anche “vertically challenged, verticalmente carente – invece dell’irrispettoso “basso”? Perché utilizzare “spazzino” quando è stato coniato “operatore ecologico” o “bidello” quando c’è l’apposito “collaboratore scolastico” o peggio “becchino” quando è preferibile parlare di “operatore cimiteriale”? E’ terrificante vivere con la costante paura di poter minimamente offendere o con l’angoscia di esporsi cerebralmente.
E’ davvero cortesia o la forma più torbida e bassa di prostituzione intellettuale? Il “politicamente corretto” ha il retrogusto di una terribile dittatura culturale, un formidabile modo di tarpare le ali alle menti più sincere ed impulsive, un sistema per omologare tutti e per scoraggiare le iniziative meno standardizzate. Una goffa cosmesi verbale che tende a preferire – in netta tendenza con i tempi – ancora una volta la forma alla sostanza.
Cosa accadrà allora? Chi si scaglierà contro il sessismo della Venere di Botticelli o il maschilismo dei coloriti epigrammi del poeta latino Marziale? Chi riterrà “politicamente scorretto” il “Maometto all’inferno” dipinto da Giovanni da Modena nei primi del ‘400, nel Duomo di San Petronio di Bologna? L’espressione “Crepi” dopo un “in bocca al lupo” sarà tacciata di odio verso gli animali e quindi censurata? L’espressione “a passo d’uomo” è da considerarsi sessista se il soggetto della frase è di sesso femminile?
Tutto ciò pare ormai svestirsi di paradosso per indossare i panni del costume riconosciuto ed accettato. Certi comportamenti e molte espressioni tipicamente umane vanno censurate e poi dimenticate. Chi osa scagliare un sasso sincero contro la vetrata appannata “politicamente corretto” è additato come “estremista” e subito isolato.

Dall’indignazione per gli sfottò negli stadi allo sdegno siculo per i film di mafia passando immancabilmente per l’apatico abuso di termini ormai no-sense  come “moderato”, “democratico” o peggio “bipartisan” ossia “partigiano per entrambi gli schieramenti”.
Il plotone del non offending – qualche sapientone lo chiama del “eugenetica lessicale negativa” – di dita puntate è già schierato, i proiettili di “sessista” , “insensibile”, “omofobo”, “borghese” e “razzista” sono pronti ad uscire dalla canna ed al condannato non è concessa – molto democraticamente – ne benda ne sigaretta. Questa è la punizione per chi esce dal coro, per si ritrova distrattamente con le spalle al muro davanti ad uno spietato “ma non hai un cuore?” puntato alla gola.
Il “politicamente corretto” è più del fascista MinCulPop, più comunista della CT SSSR sovietica, è molto più della censura democristiana nella Rai degli anni 50 e 60. E’ ciò che di quanto più aberrante ci possa essere. E’ la schiavitù moderna alle “frasi di circostanza da ascensore”. Vietato sbilanciarsi, respinto il genuino; l’imperativo è giustificare tutto condannando allo stesso tempo, è un compromesso perenne con noi stessi pur di non andare controcorrente, pur di non restare soli. Insomma si può affogare in questo grigio iper formalismo pur di non urtare la sensibilità altrui? La libertà di parola comprende la libertà di offendere? Dove inizia l’ipocrisia del “umanamente riprovevole” e dove finisce il buon senso del “umanamente rispettoso”?

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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