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Pietro Cavallotti come Peppino Impastato

"Rinnega la tua famiglia come ha fatto Impastato" ha detto una giornalista a Pietro Cavallotti. Ma la sua famiglia non è mafiosa!

Basta una penna per distruggere la vita di un uomo. Parole scritte male, fraintendimenti e incomprensioni, convinzioni dettate da pregiudizi diventano armi letali, specialmente se a riportare informazioni distorte e difformi rispetto alla realtà è chi di professione dovrebbe fare il giornalista.

Ne sa qualcosa anche Pietro Cavallotti che qualche settimana fa ha incontrato per caso in Tribunale a Palermo una giornalista di una nota testata nazionale, contattata in precedenza, per raccontargli la storia della sua famiglia vittima dell’antimafia a causa dell’indegno sistema delle misure di prevenzione.

“Cominciamo a parlare. Non è convinta del mio racconto. Davo per scontato che avesse visto i servizi delle Iene sulla storia della famiglia Cavallotti”, racconta Pietro in un post su facebook. “Mi informa che lei non segue le Iene perché, a suo avviso, non sarebbero dei veri giornalisti. Intuisco che non conosce la vicenda”. A questo punto due osservazioni. La prima è nell’atteggiamento verso un programma di intrattenimento che, seppure con metodi talvolta poco ortodossi, riesce a sollevare casi nazionali portandoli anche all’attenzione della magistratura e del Parlamento e, pertanto, sarebbe quanto meno educato rispettare il lavoro altrui se porta in qualsiasi modo vantaggio ai cittadini e alla giustizia. La seconda invece è una nota di demerito professionale alla giornalista perché il caso della famiglia Cavallotti è stato trattato anche da testate giornalistiche accreditate.

“Dopo avere ascoltato il mio racconto, si allontana”, lasciando Pietro un po’ basito. Poco dopo però si incontrano nuovamente.

“Questa volta mi sembra più sicura. Mi comunica che i suoi colleghi in passato hanno scritto sulla mia vicenda giudiziaria”, dando perciò motivo al giovane di vivacizzare i buoni propositi e le belle speranze spenti durante il primo approccio.

“Ma ecco che a questo punto comincia uno strano discorso. Mi ricorda che Peppino Impastato ha preso le distanze dalla sua famiglia e mi chiede se io fossi disposto a fare lo stesso.” Quale filo conduttore dovrebbe legare Peppino Impastato a Pietro Cavallotti? “Il taglio che voleva dare all’articolo, insomma, doveva essere il seguente: il giovane rampollo che decide di rompere i legami con la propria famiglia biologica per compiere un passo verso la legalità!”, suggerisce Pietro.

“A questo punto rimango perplesso ma non perdo l’eleganza e la moderazione. Potete immaginare quale è stata la mia pacata risposta”. Naturalmente Pietro ha fatto notare alla giornalista che anche lui, nei panni di Peppino Impastato avrebbe preso le distanze dalla famiglia, ma nel suo caso la famiglia Cavallotti non è mafiosa ma vittima di mafia e paradossalmente dell’antimafia.

“(La giornalista, n.d.r.) Prosegue ricordando che uno dei Cavallotti sarebbe stato ucciso per fatti di mafia. Smentita tale ultima circostanza, e resasi conto di essere incappata in uno scambio di persona, sostiene che i Cavallotti sarebbero stati in affari con altri imprenditori belmontesi vittime della violenza mafiosa. Smentita anche tale ultima circostanza (per la verità mai contestata in alcun processo), incalza sostenendo che, in fondo in fondo, un pizzico di collusione con la mafia c’è perché i Cavallotti sarebbero parenti dell’On.le Romano”. Insomma, secondo la giornalista, il grado di parentela con l’on. Francesco Saverio Romano, oggi in Forza Italia e assolto da tutti i capi di imputazione che lo riguardavano, dovrebbe portare la famiglia Cavallotti a cointeressenze di stampo mafioso. Ma quale sarebbe il legame di parentela che lega l’ex Ministro con i Cavallotti?
Nel pomeriggio dello stesso giorno Pietro Cavallotti scrive perciò una mail alla giornalista.

“Ciao,
Facendo seguito alla conversazione di oggi, Ti rinnovo, anche a mezzo della presente e-mail, la mia disponibilità a chiarire – eventualmente ed auspicabilmente alla presenza dei colleghi di *** che in passato si sono occupati della vicenda giudiziaria della mia famiglia – fatti e circostanze utili ad inquadrare correttamente la Famiglia Cavallotti e la sua lunga e complessa storia processuale.
Credo che la differenza di opinioni su questa vicenda dipenda non dal pregiudizio, non dalla malafede e neppure dall’orientamento politico; dipende soltanto dalle informazioni che si hanno a disposizione per formulare giudizi di valore.

Rimane, dunque, ferma la mia disponibilità a fornire documenti a supporto del mio (soltanto parziale) racconto di oggi.

Dalle carte processuali (di cui Vi imploro la lettura) si evince chiaramente che la mia famiglia non ha fatto parte di alcun comitato politico-mafioso per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia.
Le nostre intraprese imprenditoriali non hanno avuto alcun colore politico. Nei Comuni siciliani in cui abbiamo portato il metano, attraverso il sistema della finanza di progetto, ci siamo interfacciati con amministrazioni locali dal più eterogeneo colore politico e da tutte tali amministrazioni siamo stati sempre bene accolti per la semplice ragione che le nostre aziende portavano un servizio essenziale per i cittadini di quelle comunità.

Oggi le persone ci manifestano la loro solidarietà indipendentemente dallo schieramento politico di appartenenza, segno che la legalità, il senso della giustizia, forse anche il buon senso, non si differenziano a seconda delle convinzioni politiche o a seconda delle contrapposizioni partitiche.

È oggettivamente falso che qualcuno dei componenti della nostra famiglia è stato ucciso per fatti di mafia.
È oggettivamente falso che i Cavallotti avessero rapporti di cointeressenza economica coi *** o con altri imprenditori belmontesi.

Non vi è alcun legame di parentela diretto tra taluno dei cinque fratelli Cavallotti e l’On.le Romano (il cognato di quest’ultimo ha sposato una delle mie cugine) che è stato, per pochi anni nostro avvocato e che, come appreso da notizie di cronaca, è stato comunque assolto dalle accuse che gli sono state mosse.

È vero, invece, che la nostra fuoriuscita dal mercato della metanizzazione per via giudiziaria ha oggettivamente favorito quei centri di interesse politico-imprenditoriale-mafioso-giudiziario a cui i miei parenti sono stati sempre estranei.
Non si tratta di una convinzione personale ma di fatti dimostrabili documentalmente.
Noi stiamo e siamo stati sempre dalla parte della legalità, dalla parte della giustizia.
Abbiamo sempre denunciato, anche nel periodo della massima recrudescenza del fenomeno mafioso, i furti e i danneggiamenti che le nostre imprese erano costrette a subire unitamente alle estorsioni.

Per tutte queste ragioni, rispondendo anche per iscritto alla tua domanda di oggi, non solo non prendo le distanze dalla mia famiglia, ma mi impegnerò, finché avrò vita, affinché venga ripristinata in ogni sede la verità, affinché venga posto rimedio ad un grave errore giudiziario che ha distrutto intere famiglie.
Se ci troviamo in queste condizioni, a differenza di ciò che a prima vista si potrebbe pensare, non è perché, in fondo in fondo, “qualcosa c’è”, come oggi ipotizzavi.

Questo lo dobbiamo a due circostanze oggettive:

a) In Italia esiste una legge nata con tutte le buone intenzioni che permette tuttavia ai giudici di confiscare interi patrimoni secondo il libero arbitrio, legge che ha suscitato e che continua a suscitare le perplessità della dottrina (non filo mafiosa) e, di recente, anche di qualche giudice italiano e della Corte Europea;

b) Alla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo nel periodo del nostro dramma giudiziario abbiamo avuto giudici che hanno esercitato “in maniera peculiare” (vedi caso Saguto) tale libero arbitrio.

La sentenza di assoluzione in sede penale, la richiesta di revoca della confisca avanzata dal Procuratore Generale, Florestano Cristodaro, nel processo di prevenzione sono elementi che devono fare riflettere.

Di tutte queste cose mi piacerebbe discutere con voi, con carte alla mano.

Grazie in anticipo per l’attenzione.”

Adesso è evidente che se un giornalista non riesce ad avere le idee chiare, come può pensare di riportare fatti reali ai suoi lettori che ne vengono influenzati? E i magistrati i giornali non li leggono?
“Mi piacerebbe poter dire che i giudici decidono leggendo le carte, senza farsi influenzare dall’opinione pubblica o dai media. Ma se lo dicessi mentirei perché, purtroppo, in Italia si sono create indebite sovrapposizioni tra il sistema mediatico e il sistema giudiziario, specie ove si tratta di fatti di mafia”, scrive Pietro nel suo lungo post.
“L’opinione pubblica viene esasperata dagli operatori dell’informazione – rei, molto spesso, di diffondere informazioni false – e reclama a gran voce (e qualche volta ottiene) punizioni esemplari, all’esito di processi farsa, non sempre conformi al diritto e al giusto processo.
In questo modo il principio costituzionale della presunzione di innocenza come lo stesso valore di una sentenza di assoluzione vengono declassati a semplici ornamenti di cui si può fare a meno.
Questo è il volto del populismo giudiziario e del giustizialismo giornalistico che, insieme alla criminalità e alla corruzione e alla endemica inefficienza della pubblica amministrazione, costituiscono i cancri del nostro Paese.”
E come dargli torto?

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Debora Borgese

Non ricordo un solo giorno della mia vita senza un microfono in mano. Nata in una famiglia di musicisti da generazioni, non potevo non essere anche io cantante e musicista. Ma si registrano nomi di rilievo anche tra giornalisti e critici letterari, quindi la penna è sempre in mano insieme al microfono. Speaker radiofonica per casualità, muovo i primi passi a Radio Fantastica (G.ppo RMB), fondo insieme a un gruppo di nerd Radio Velvet, la prima web radio pirata di Catania e inizio a scrivere per Lavika Web Magazine. Transito a Radio Zammù, la radio dell'Università di Catania, e si infittiscono le collaborazioni con altre testate giornalistiche tra le quali Viola Post e MuziKult. Mi occupo prevalentemente di politica, inchieste, arte, musica, cultura e spettacolo, politiche sociali e sanitarie, cronaca. Diplomata al Liceo Artistico in Catalogazione dei Beni Culturali e Ambientali - Rilievo e restauro architettonico, pittorico e scultoreo, sono anche gestore eventi e manifestazioni, attività fieristiche e congressuali. Social media manager e influencer a detta di Klout. Qualche premio l'ho vinto anche io. Nel 2012, WILLIAM SHARP CONTEST “Our land: problems and possibilities, young people’s voices” presentando lo slip stream “I go home. Tomorrow!” Nel 2014, PREMIO DI GIORNALISMO ENRICO ESCHER: mi classifico al 2° posto con menzione speciale per il servizio sulla tecnica di cura oncologica protonterapica e centro di Protonterapia a Catania. Nel 2016, vince il premio per il miglior programma radiofonico universitario 2015 "Terremoto il giorno prima. Pillole di informazione sismica" al quale ho dato il mio contributo con il servizio sul terremoto in Irpinia. Ho presentato un numero indefinito di eventi musicali, tra i quali SONICA di Musica e Suoni, e condotto dirette radiofoniche sottopalco per diverse manifestazioni musicali come il Lennon Festival, moda e concorsi di bellezza. Ho presentato diversi libri di narrativa e politica, anche alla Camera dei Deputati. Ho redatto atti parlamentari alla Camera, Senato, Assemblea Regionale Siciliana e mozioni al Comune di Catania. Vivo per la musica. Adoro leggere. Scrivo per soddisfare un bisogno vitale. La citazione che sintetizza il mio approccio alla vita? Dai "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" di L. Pirandello: "Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno".

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