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Corre dal figlio ammalato con auto di servizio, 6 mesi per peculato d’uso

Catania – La Procura aveva chiesto nove mesi di reclusione, il giudice gliene ha dati “solo” sei. Reato? Peculato d’uso.
L’ha fatta davvero “grossa” Giuseppe Petralia, vigile urbano di San Giovanni La Punta.

Tre anni fa, ha usato un’auto di servizio per andare a vedere il figlio, ammalatosi, ricoverato in ospedale a Messina. Non avendo mezzi a disposizione per fare i cento chilometri che lo tenevano lontano dal figlio, ha deciso, spinto da uno stato comprensibile d’ansia, di fare questa scelta.

13514521_10209739694673991_1876836454_nE poi? Il giorno dopo ha riportato il mezzo in deposito e ha riferito al superiore cosa aveva fatto. Avete capito bene? Glielo ha raccontato. Di qui, la segnalazione alla Procura, il processo e la condanna. E giustizia è stata.

Quindi, la legge uguale per tutti ha raggiunto il suo scopo: non si usa il mezzo pubblico per fini non istituzionali. Certo, un figlio ammalato è sempre un figlio ammalato.

Petralia (difeso dagli avvocati Antonio Patti e Mario Brancato) ha spiegato ai giudici che poi lo hanno condannato (terza sezione penale, presidente la dott.ssa Urso), che lui ritorando da Messina, aveva fatto il pieno di benzina, lasciato l’auto in deposito e poi riferito al suo superiore quanto fatto. E il magistrato, il presidente Urso, lo ha invitato a riflettere sul “disvalore” della sua azione. Sacrosanto. Infatti, come capita a Catania, la legalità non ha guardato in faccia a nessuno: perché il mezzo pubblico non si usa per fini privati, chessò magari per le proprie incombenze professionali. Non si fà.

E, infatti, a Giuseppe Petralia sono stati già inflitti tre mesi di sospensione dal servizio. Così impara. Certo, a lui non sono arrivati altri incarichi, magari superiori, ma, come tutti sanno, la legalità (come l’equità o magari addirittura la giustizia) non guarda in faccia a nessuno. Nessuno è sopra la legge. E non è servita a nulla nemmeno la proposta arrivata dall’imputato di risarcire subito il comune di San Giovanni La Punta. Perché la legge è legge. L’ansia per un figlio può attendere.

Fra novanta giorni la motivazione della sentenza.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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