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Paternò, siti archeologici a cielo aperto e nessuno lo sa

La città di Paternò non è solo coltura agrumicola e siti medievali. Paternò possiede anche un vasto patrimonio di siti archeologici che meritano di essere tutelati, valorizzati e salvaguardati. Quindi, si rende necessario aggiornare il Piano Paesaggistico Regionale per dare lustro e incentivare così l’economia turistica e culturale di un comune troppo spesso sottovalutato nelle sue potenzialità.

A fare il punto è stata la sezione Iblamajor dell’Archeoclub che nei giorni scorsi ha chiamato a raccolta addetti ai lavori e la cittadinanza che ha ben risposto all’iniziativa.

L’intervista al prof. Francesco Finocchiaro

Prof. Francesco Finocchiaro, architetto e docente presso l’Istituto De Sanctis di Paternò. Presidente della sezione Iblamajor Archeoclub

Prof. Finocchiaro, quali sono i siti individuati sino a questo momento a Paternò?

«Negli ultimi anni la Sovraintendenza ha effettuato numerosi scavi archeologici in varie parte dell’Acropoli, oltre a fuori il centro urbano. Stiamo mettendo in evidenza come questi scavi andrebbero messi nel Piano Paesaggistico. Ciò permetterebbe di interpretare e definire in maniera diversa la cronologia storica e l’evoluzione della città. Alcuni siti già ufficiali non sono presenti: il più eclatante è lo scavo di Cristo al Monte, l’unico ad oggi visibile. Poi gli scavi adiacenti alla zona di San Francesco, effettuati nel 1994 e 2007. Non ultimi i lavori compiuti poco tempo fa a San Marco e presentati in una conferenza un anno fa».

Eppure questi siti non sono stati inseriti nel Piano Paesaggistico Regionale…

«L’origine di Paternò risale al Neolitico, con insediamenti sparsi a Pietralunga, San Marco, o la stessa Acropoli. Gli studi sugli scavi e le fonti fanno presupporre una presenza urbana nel periodo greco-romano, risalente anche al VI-V secolo a.C.

Se nel Piano Paesaggistico non viene messa in evidenza questa presenza, occorre lavorare ancora, potenziando la ricerca sul campo e valutare meglio gli studi ad oggi condotti. Manca una visione di sistema e per questo serve un nuovo approccio alla ricerca che determinerà una sintesi più coerente alle risorse presenti».

Quali potrebbero essere le prospettive per il Comune di Paternò a livello turistico ed occupazionale se i siti verranno riconosciuti dal Piano Paesaggistico Regionale?

«La consapevolezza delle proprie risorse e la capacità di renderle sistemiche possono essere le precondizioni per definire un nuovo modello di sviluppo economico, a partire da quelle risorse. Se manca questa consapevolezza, se il Piano Paesaggistico diventa solo una sommatoria di vincoli, o l’elenco di beni più o meno preziosi, ciò non sarà utile a nessuno.

L’elaborazione di un buon Piano determina le condizioni di uno sviluppo. Significa avere un palinsesto per definire nuove priorità e strategie, sapere in quale direzione stiamo andando, puntare sulla fruizione dei beni, investire sulla mobilità e accessibilità, investire in un artigianato a servizio del sistema turistico.

Si può realmente costruire un modello innovativo, che permetta di valorizzare e fruire maggiormente delle risorse di un territorio. Il Piano Paesaggistico, dunque, non guarda solo la dimensione strettamente naturalistica, ma anche quella culturale, ecc. È quindi un’opportunità per il territorio.

Nelle adiacenze dell’Acropoli i livelli di tutela sono tali che rischiamo di legittimare la presenza di serre agricole in uno spazio paesaggistico di pregio con un potenziale archeologico rilevante. Immaginiamo di guardare dall’Acropoli la valle e vedere serre di plastica e acciaio. Una situazione del genere funziona poco».

È previsto un Piano di ammortamento delle spese per la tutela e la salvaguardia dei siti?

«Prima deve esserci un’approvazione definitiva da parte della Regione Siciliana. Nel momento in cui ho il Piano Paesaggistico è operativo, si può decidere come e dove intervenire. Il Piano inciderà anche nella programmazione delle infrastrutture della mobilità e nella rigenerazione di parti significative del territorio.

Bisognare creare una maggiore consapevolezza locale della realtà presente nel nostro territorio. Alcuni siti non possono essere raggiunti per mancanza di precondizioni fondamentali. Non c’è una segnaletica, i siti sono irraggiungibili, non vi sono servizi igienici. Tutte condizioni che dipendono dalla programmazione locale. Gli interventi sono stati pochi, ma soprattutto è mancata una visione di sistema, causa maggiore dell’arretratezza del nostro territorio».

Qual è il contributo specifico di Archeoclub Iblamajor?

«Vogliamo evidenziare questioni relative ai livelli di tutela, alla completezza dei dati sullo stato dell’arte (siti archeologici, beni isolati, strade storiche ecc.) che a nostro avviso sono in qualche caso carenti, compreso le informazioni agricole forestali.

La valorizzazione di tutti gli scavi presenti a Paternò, di tutte le risorse esistenti, cambierebbe l’idea stessa dell’origine e dell’evoluzione della città, che oltre ad avere una identità preistorica e medievale ha una radice greco-romana degna di nota. Lavoreremo in questa direzione per il bene della storia e della nostra comunità».

AGGIORNAMENTO.
Riceviamo e pubblichiamo la replica della Soprintendenza

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