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Pasqua in Sicilia, tra diavoli e processioni

Tra riti, tradizioni, simboli e ricorrenze, la settimana pasquale racconta un universo di credenze nelle quali, come affermò lo scrittore Gesualdo Bufalino, «ogni siciliano si sente non solo spettatore ma attore, prima dolente, poi esultante, d’un mistero che è la sua stessa esistenza».

Sacro e profano s’intrecciano e si saldano attraverso processioni, balli, ricette, celebrazioni che tornano a manifestarsi nell’arco di una settimana ma che spesso hanno dietro interi mesi di lavoro e di preparazione e che rinsaldano, intorno a tradizioni che affondano le radici nella notte dei tempi, legami e senso di comunità.

Dalla domenica delle palme fino al lunedì dell’Angelo, meglio noto come pasquetta, ogni cittadina mette in campo una grande varietà di riti di grande suggestione sia per i locali che per i turisti. Tutti diversi ma accomunati da una simbologia e una ritualità profonda che, sia pure nella più completa sacralità, mostra legami saldi anche con i riti pagani. Ecco quindi che fanno il loro ingresso in scena crocifissi velati e diavoli, madonne e giudei.

Se i diavoli della Diavolata di Adrano (Ct) tentano l’Umanità affinché resti dannata prima d’esser sconfitti dall’Arcangelo Michele, quelli di Prizzi (Pa) ballano. Il Ballo dei Diavoli, nato da una festa pagana, rappresenta nella domenica di Pasqua con il vagare rumoroso della Morte in abito giallo accompagnata da due diavoli vestiti di rosso e dotati di corna, l’eterna lotta tra il bene e il male.

Pasqua vuol dire anche “competizione” tra contrade, confraternite o maestranze. A San Biagio Platani (Ag) una tradizione, quella degli Archi di Pasqua, dal Settecento vede sfidarsi le due confraternite religiose cittadine nell’addobbare con materiali naturali grandi archi nel corso principale. Caltanissetta durante la Settimana Santa vede sfilare per le vie cittadine le processioni delle “vare”, sedici grandi gruppi statuari rappresentanti le scene della Passione di Gesù e le stazioni della Via Crucis. Ogni anno tra le varie corporazioni, note dal 1806 come Real Maestranza, si sceglie quella che guiderà la processione e all’interno di questa si elegge il Capitano che nella processione del Venerdì Santo porterà a spalla il crocefisso velato, il cosiddetto “Cristo Nero”. Vare anche a Enna durante la Processione degli incappucciati che il Venerdì Santo vede sfilare oltre 2.500 confrati con il volto coperto da un cappuccio di diversi colori in base alla corporazione di appartenenza.

Una lunga processione con 18 gruppi statuari e 2 simulacri, quello del Cristo morto e quello di Maria Addolorata, sfila per le strade di Trapani il venerdì durante la Processione dei Misteri. Una tradizione che affonda le sue radici nel periodo della dominazione spagnola e rappresenta una delle più lunghe manifestazioni religiose italiane in quanto si protrae per 24 ore durante le quali i “massari” portano a spalla seguendo la cosiddetta “annacata“, ossia il movimento ondulatorio al ritmo della musica, i ‘misteri’, le statue di legno che rappresentano le varie scene della passione di Cristo realizzate dagli artigiani trapanesi del XVII e XVIII secolo e addobbate con preziosi ornamenti.

Nel palermitano, a Terrasini per la precisione, il giorno di Pasqua si celebra la “Festa di li Schietti” ossia coloro che non sono sposati. Le prime attestazioni di questa festa risalgono al 1850-1860 e ancora oggi vede un gruppo di scapoli cimentarsi nel sollevare una albero d’arancio di circa 50kg adornato di nastrini per poi portarlo sotto il balcone della “zita” per dare dimostrazione del proprio valore e della propria forza.

Oltre alla fede e alle processioni, a Pasqua c’è anche la tavola. Oltre a uova (sode o di cioccolata), affettati, agnelli e colombe che adornano ormai le tavole di tutta Italia, nei pranzi pasquali siciliani non possono mancare accanto al “falso magro“, i “pupi cull’ova” (conosciuti nelle varie località con forme e nomi diversi: “campanaru” o “cannatuni” a Trapani, “pupu ccù l’ovu” a Palermo, “cannileri” nel nisseno, “panaredda” ad Agrigento e Siracusa, “cuddura cull’ovu” a Catania, “palummedda” nella parte sud occidentale dell’isola), particolari pani o paste dolci di diversa grandezza e con forme di bambola o di mostro dentro a cui vengono racchiuse delle uova sode. Nel messinese inoltre si prepara la tipica minestra chiamata ‘U sciuscieddu. Spazio anche a cassate, biscotti quaresimali e agnellini di marzapane o di pasta di zucchero e garofano.

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Redazione

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